Charamsa, il peso del Sant'Uffizio. Ma ha influito sull'addio di Ratzinger?

05 ottobre 2015, Americo Mascarucci
Il termine esatto è “organismo della Curia romana chiamato a vigilare sulla purezza della dottrina della Chiesa”.  
Questa è la funzione che viene attribuita oggi alla Congregazione per la Dottrina della Fede, meglio conosciuta  come ex Sant’Uffizio.  La Congregazione è salita in queste ultime ore alla ribalta delle cronache perché da qui proviene monsignor Krzysztof Charamsa, il teologo polacco che ha esternato pubblicamente la propria omosessualità presentando davanti alle telecamere dei media il compagno. Precisamente Charamsa ricopriva fino ad oggi l’incarico di segretario aggiunto della Commissione Teologica Internazionale che non è propriamente una sezione marginale o irrilevante. Anzi sentite bene quali sono i suoi compiti: "Studiare i problemi dottrinali di grande importanza, specialmente quelli che presentano aspetti nuovi, e in questo modo offrire il suo aiuto al magistero della Chiesa, particolarmente alla sacra Congregazione per la dottrina della fede, presso la quale viene costituita". 
Ma facciamo un passo indietro.

Cos’è la Congregazione per la Dottrina della Fede e quali compiti svolge?

In origine il Sant’Uffizio, istituito da papa Paolo III nel 1542, era chiamato a vigilare sull’integrità della fede e a condannare  le eresie. Fino al 1965 il Sant’Uffizio controllava scrupolosamente tutti i testi in pubblicazione e ne approvava o meno la conformità alla dottrina. 
Le opere condannate finivano nell’Indice dei Libri Proibiti ed era fatto esplicito divieto ai fedeli di leggerli. 
Paolo VI, in conformità allo spirito del Concilio Vaticano II, riformò l’Istituto abolendo il vecchio nome, quello di Sant’Uffizio appunto, e sostituendolo con quello di Congregazione per la Dottrina della Fede. In pratica il riformato organismo mantenne le stesse funzioni che aveva in precedenza ma con una differenza; i suoi giudizi non avevano più carattere di condanna ma di correzione degli errori dottrinali. Sarà però Giovanni Paolo II con la Costituzione Pastor Bonus ha delineare competenze e funzioni dell’ex Sant’Uffizio. 
La Congregazione è oggi uno strumento nelle mani del Papa e si pone al servizio della Chiesa per la salvaguardia e la promozione della fede. 
Il compito della Congregazione è quindi quello di "promuovere e tutelare la dottrina sulla fede ed i costumi, favorire gli studi volti a far crescere l'intelligenza della fede, sostenere i vescovi nell'esercizio del compito per cui sono costituiti come autentici maestri e dottori della fede e per cui sono tenuti a custodire e promuovere l'integrità della medesima fede".
Le competenze della Congregazione, nello specifico, riguardano i seguenti aspetti: Le questioni circa la dottrina della fede e della vita morale; l'esame delle nuove teorie in materia dogmatica e morale; riprovazione ed eventuale condanna di dottrine contrarie ai principi della fede; giudizio previo di documenti di altri dicasteri per ciò che concerne la propria competenza; esame dei delitti contro la fede, la morale e la celebrazione dei Sacramenti; promozione ed organizzazione di studi e congressi. 
Leggendo compiti e funzioni quindi appare evidente come, pur avendo perso la sua originale funzione prettamente inquisitoria, la Congregazione per la Dottrina della Fede, presieduta sotto Giovanni Paolo II da Joseph Ratzinger e in seguito dal Prefetto Gerhard Ludwig  Muller che ne è tuttora a capo, mantenga intatto il suo ruolo di “custode della Dottrina ” informando il Papa sulle criticità presenti nel mondo, sulle ideologie che rischiano di entrare in forte conflitto con la fede e sulle soluzioni da adottare.
Il compito di individuare le nuove “eresie” presenti nel mondo e le risposte più idonee a difendere la “purezza dottrinale” spetta proprio alla Commissione Teologica Internazionale, dove monsignor  Charamsa ricopriva l’incarico di vice segretario. Incarico ottenuto nel 2011 da Benedetto XVI. 
Oggi si è scoperto che monsignor Charamsa in realtà era l’uomo sbagliato nel posto sbagliato, al punto che proprio lui, che della Congregazione era un esponente di punta (dopo il suo coming out è stato rimosso da ogni incarico) è arrivato a sostenere che “il Sant’Uffizio è il cuore dell’omofobia”. 

Quanto questi ultimi casi hanno in qualche modo a che fare con quei “tormenti” che secondo i bene informati avrebbero spinto Benedetto XVI a ritirarsi? 
Una domanda che a questo punto, alla luce delle dichiarazioni pubbliche del teologo polacco, non può certo essere considerata infondata. Perché, è legittimo sospettare che proprio una lobby gay possa aver remato contro il Papa emerito per obbligarlo, da pontefice, ad attuare quelle riforme che Ratzinger ha sempre considerato incompatibili con il Vangelo. 
Che tipo di soluzioni avrebbe potuto mai offrire Charamsa per contrastare ad esempio l’ideologia gender condannata da Papa Francesco come "contraria al disegno di Dio", nel momento stesso in cui il monsignore era forse il primo a condividerla? 
E come poteva offrire ricette compatibili con la dottrina della Chiesa chi per primo ritiene giusto infrangerla per soddisfare i propri desideri di felicità, i capisaldi del relativismo etico? 

E in che misura c'entra la tanto potente lobby gay più volte evocata in Vaticano?
Charamsa, come ha affermato con un ‘intervista a "Il Giornale" un altro teologo polacco, il conservatore Daius Oko, è stato forse messo in un posto strategico della Congregazione per la Dottrina della Fede proprio grazie ai buoni uffici della lobby per combattere la Chiesa, e dunque Benedetto XVI sferrando l’attacco nel cuore stesso del potere ratzingeriano?
E come mai proprio oggi alla vigilia del Sinodo sulla Famiglia l’ex funzionario della Congregazione esce allo scoperto, non limitandosi a dichiarare la propria omosessualità, ma rendendo pubblica la sua relazione con un altro uomo? 

Un attacco al principio coniato proprio da Ratzinger quando era Prefetto dell’ex Sant’Uffizio e sposato in pieno da San Giovanni Paolo II, relativamente alla necessità per i gay di praticare la castità per restare in comunione con la Chiesa? 
Chissà se l’iniziativa del teologo anziché favorire il raggiungimento dello scopo da lui prefissato, non spinga invece i padri sinodali su una posizione di maggiore chiusura rispetto a certe riforme che si cerca di imporre con il clamore mediatico e il sensazionalismo scandalistico?

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