Torriero: "Charamsa? Papa Francesco lo ha già giudicato"

05 ottobre 2015, Fabio Torriero
Torriero: 'Charamsa? Papa Francesco lo ha già giudicato'
Adesso sono i teologi che fanno coming out che giudicano la Chiesa: omofoba e paranoica, sclerotizzata, chiusa in un conservatorismo dottrinario senza futuro. Denuncia, guarda caso, in perfetta sincronia con l’apertura del Sinodo, che avrà come effetto solo quello di irrigidire le parti e il silenzio del papa. Perché? Perché il santo padre Bergoglio, pur con la misericordia e la compassione del caso (l’eterna distinzione tra peccato e peccatore), ha già di fatto giudicato Olaf Charamsa. Un teologo che ha evidenziato in modo provocatorio, quasi giornalistico-pannelliano, la sua condotta di vita fuori dalle regole della Chiesa, che vuole fare famiglia e che separa l’omosessualità dagli atti omogenitali (teoria grottesca).

Ricordate la famosa frase che tanto ha colpito i progressisti di casa nostra? Quelli che vogliono imbrigliare il papa in categorie politiche di sinistra, trasformarlo nel Grillo della Curia o nel pontifex (facitore di ponti) verso una religione ideologica, umanitaria e secolarizzata, ridotta a rango di buonismo universale? Ossia, “chi sono io per giudicare”?

Ebbene, quasi nessuno rammenta la premessa teologica e pedagogica di quell’affermazione “accogliente”: le tre condizioni per trattare e risolvere la questione omosessuale: 1) “Se cercano Dio”; 2) “Se si comportano bene”; 3) “Se non fanno lobby, come i massoni etc”.

Ecco il punto. Gay che cercano Dio e non vivono in modo storto secondo il Vangelo, la dottrina e il Catechismo. Gay che si comportano bene, quindi che non vivono l’omosessualità in modo attivo (la Chiesa non condanna le tendenze omosessuali in quanto tali, ma gli atti omosessuali come disordinati rispetto all’ordine naturale). Il tema è ovviamente, il celibato dei sacerdoti, che vale sia per gli eterosessuali, sia per gli omosessuali. E che non è sinonimo di infelicità – come ha ricordato il cardinale Ruini ieri sul Corriere della sera – ma specchio di una più alta fecondità. E gay che non fanno lobby. Charamsa ha confermato, nella sua conferenza stampa, che la lobby omo esiste, è presente e condiziona (meglio dire, annacqua, svia, devia) addirittura la “purezza della dottrina” (si pensi al suo incarico presso la Congregazione della Dottrina della fede e l’insegnamento alla Gregoriana, istituzione che forma sacerdoti).

Charamsa infatti, nella sua confessione pubblica a orologeria, ha usato molte volte alcune parole-chiave, estremamente indicative: desiderio, felicità, tempi. Tutte parole sbagliate: come se da una parte ci fosse questa richiesta e dall’altra la Chiesa reazionaria che impedisce la felicità, reprime i desideri e non capisce i tempi. Il Vangelo insegna un’altra felicità. La società basata sul desiderio, ogni desiderio (per sua natura compulsivo) che pretende di trasformarsi in diritto, porta al male, alla società delle pulsioni dell’io, in cui desolatamente viviamo.

E poi, piccola annotazione, sono gli uomini che devono adeguarsi al Vangelo, a Cristo, non il Vangelo agli uomini e alle dinamiche del tempo.

In concomitanza del Sinodo sta passando un messaggio sbagliato, distorto in mala fede, orchestrato da certi organi di stampa e da certe centrali di informazione, mirato a dividere i cattolici, che disegna una Chiesa sull’orlo di uno scisma: un bipolarismo armato tra il “partito della misericordia“ (di sinistra) e il “partito della dottrina” (di destra). Non ci sono tradizionalisti e progressisti, ma unicamente ortodossi e secolarizzati. La Verità è già misericordia, non ha bisogno di una strategia ad hoc.

Ma per carità, la Chiesa non risponda come ha fatto padre Lombardi (pur rendendoci conto dei doveri d’ufficio). Il tema sollevato dal teologo gay non riguarda la mera pubblicità (come se ci fosse una Chiesa ufficiale falsa e una Chiesa sottocoperta ambigua e corrotta che nasconde). Riguarda i contenuti. Che vanno affrontati e risolti in modo definitivo. Per il bene di tutti.
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