Parla il compagno di Charamsa: "Liberi dalla vergogna". Ma chi pensa alla Chiesa tradita?

05 ottobre 2015, Americo Mascarucci
Parla il compagno di Charamsa: 'Liberi dalla vergogna'. Ma chi pensa alla Chiesa tradita?
Dopo il coming out di monsignor Krzysztof Charamsa, l’ex segretario aggiunto della Commissione Teologica Internazionale dell’ex Sant’Uffizio che ha dichiarato al mondo la propria omosessualità presentando l’uomo che ama, ora la parola è passata direttamente al suo compagno, il 44enne spagnolo Eduard Planas, l’uomo per il quale il teologo polacco ha scelto di sacrificare la propria carriera (è stato infatti rimosso da tutti gli incarichi che ricopriva presso la Santa Sede). 

"Quando sabato ha cominciato a parlare – ha dichiarato Planas con riferimento alla conferenza stampa di Charamsa - ho sentito nella sala come un’aura, una tensione spirituale, le sue parole entravano nel cuore della gente". 
Naturale, visto che il monsignore stava in pratica annunciando un qualcosa di sensazionale oltre che di sconvolgente. Perché, se a  dichiarare di essere gay fosse stato un qualsiasi sacerdote la cosa avrebbe destato scalpore, senza dubbio, ma se a farlo è un funzionario di punta della Congregazione per la Dottrina della Fede, lo scandalo è sicuramente enorme. Anche perché abbiamo già abbondantemente spiegato quali sono le funzioni della Congregazione ed in particolare della commissione della quale Charamsa era vice segretario; era proprio quella che doveva formulare le proposte più idonee al Papa per affrontare le sfide del presente mantenendo il Magistero coerente e fedele alla dottrina.  

Quale tensione spirituale? I cronisti presenti probabilmente stavano tutti in tensione per sparare il prima possibile la notizia trovando magari il titolo ad effetto.  L’uomo prosegue e aggiunge: "Il passaggio più duro per Krzysztof e per me che gli ero vicino è stato liberarsi dalla oppressiva vergogna di non essere una persona eterosessuale"

Vergogna di che? Di cosa? Non c’è da vergognarsi ad essere gay, semmai c’è da vergognarsi ad aver scelto il sacerdozio essendo consapevole delle proprie inclinazioni sessuali chiaramente incompatibili con il ministero; o nell’aver accettato un incarico di grande responsabilità nella Congregazione per la Dottrina della Fede sapendo di essere l’ultima persona adatta ad occuparsi di certe materie avendo un “conflitto di interessi” grosso come una casa (lo ribadiamo, come poteva uno come lui suggerire il modo migliore per contrastare  l’ideologia gender nel momento stesso in cui forse era il primo a condividerla?).

 “Una liberazione – ha precisato poi Charamsa - che non significa essersi allontanati dalla Chiesa. Oggi mi sento ancora più parte della Chiesa, l’ho scritto a mia madre: amo la Chiesa più di due giorni fa. Non ne sono uscito, ho solo perso il lavoro in un ufficio". 
Ora Planas annuncia di voler restare ancora più vicino all’uomo che ama per aiutarlo a superare questo momento di difficoltà “con la speranza – hanno spiegato entrambi – che il Sinodo discuta e affronti la questione delle coppie gay”. 

Forse il Sinodo troverà pure delle soluzioni, ma resta il fatto che ad un sacerdote non è consentito avere comunque relazioni di alcun tipo, né etero né gay. Ogni sacerdote infatti ha una sola sposa, cioè la Chiesa, ed è per questo che nel mondo cattolico, diversamente da quello protestante, si continua ad imporre il celibato a chi sceglie di diventare prete (scelta facoltativa dunque e non imposta e chi decide di consacrarsi al Signore sa perfettamente gli obblighi e le responsabilità che questa scelta, consapevole e libera, comporta). 

Pretendere di restare nella Chiesa quando la si è “tradita” fino a vantarsi di averlo fatto, ha davvero poco a che vedere con la discussione in corso nel Sinodo. Questa sarà materia disciplinare dell’ex Sant’Uffizio e il monsignore avrà davvero pochi pretesti per fare la vittima. 

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