Le bombe sull’ospedale di MSF: quella zona grigia nella strategia Usa

05 ottobre 2015, intelligo
Le bombe sull’ospedale di MSF: quella zona grigia nella strategia Usa
di Alessandro Corneli 

Il bombardamento dell’ospedale di “Medici senza frontiere” (MsF) a Kunduz, in Afghanistan, ad opera delle forze della Nato, che ha fatto venti morti e decine di feriti, ha messo fuori gioco le critiche americane alle operazioni militari condotte in Siria dai russi. Gli americani si sono scusati, il Pentagono condurrà un’inchiesta e uno dei più noti candidati repubblicani alla presidenza degli Stati Uniti, Jeb Bush, ha commentato: “Sono cose che succedono”. 

Bisognerebbe ripercorrere le vicende delle guerre d’Iraq e d’Afghanistan per elencare le decine di casi in cui i bombardamenti “mirati” hanno colpito ospedali e scuole, funerali e matrimoni, luoghi d’arte o di culto, un po’ per sbaglio e un po’ perché i “terroristi” vi si erano nascosti. Così è stato per l’ultimo raid: nell’ospedale di MsF si sarebbero rifugiati terroristi talebani. Verio o falso che sia, con i droni e le bombe intelligenti non solo non si vince la guerra ma, soprattutto, non si creano le condizioni per la pace e per fare funzionare un governo locale che abbia credibilità presso la popolazione.

La vicenda di Kunduz, apparentemente simile a tante altre, non è chiara. E non solo perché, a detta di MsF, il sito era noto alla Nato e non avrebbe dovuto essere attaccato. Essa legittima (si fa per dire) la serie di attacchi che, da giorni, gli aerei russi portano contro le basi dell’Isis (Califfato islamico) ma che non risparmiano gruppi armanti anti-Assad, quelli che da oltre tre anni gli Stati Uniti e altri Paesi appoggiano perché impegnati contro le forze regolari del dittatore siriano. L’efficacia di questi gruppi è dubbia anche perché alcuni sono vicina ad Al Qaeda. Nell’insieme, la loro azione che ha messo in fuga tre o quattro milioni di persone ha favorito l’estensione del controllo di larghe porzioni del territorio siriano da parte dell’Isis. 

Per questo motivo, Vladimir Putin ha detto che i gruppi anti-Assad hanno fatto il gioco del Califfato e che per battere questo occorre invece rafforzare l’esercito governativo siriano. Washington ha interpretato queste parole come la decisione di Mosca di salvare Assad e, per questo motivo, ha criticato i rai aerei russi. Ma nella capitale americana, come testimonia l’incontro tra Obama e Putin all’Onu il 29 settembre, pur mantenendo ferma la richiesta dell’allontanamento di Assad, si è fatta strada l’idea che, senza la cooperazione della Russia e dell’Iran, il Califfato non potrà essere sconfitto.  
  
Ma bisogna salvare la faccia. Non si può abbandonare una linea dura contro Putin, che fa perno sulla questione dell’Ucraina, non si può rinunziare alla caduta di Assad, non si può diffidare Mosca dal compiere bombardamenti e poi, quasi di colpo, accettare la collaborazione con il leader del Cremlino. E poi bisogna essere realisti: i gruppi anti-Assad e anti-Isis non hanno combinato niente.

Conclusione: nel lungo incontro in sede Onu, Putin e Obama hanno raggiunto un accordo: semaforo verde ai bombardamenti russi (che sono efficaci contro l’Isis), apertura a un’uscita di scena di Assad (che opportunamente ha concesso un’intervista a un giornalista iraniano in cui ha adombrato la possibilità di un suo ritiro), compromesso in Ucraina. L’operazione americana su Kunduz, dimostrando che, da soli, gli Usa non riusciranno a vincere le sfide dei diversi terrorismi, ha legittimato l’intervento russo. Nella Realpolitk, “sono cose che succedono”.


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