Referendum Sì o No, il testo: cosa cambia con la Riforma punto per punto

05 ottobre 2016 ore 23:59, Luca Lippi
Il 4 Dicembre gli italiani sono chiamati a rispondere sul quesito referendario che pone tutti davanti alla responsabilità di esprimere un parere “confermativo” sulla Riforma costituzionale.
La legge in questione è complessa, piena di argomenti importanti, sui quali però non si ha sempre competenza o capacità di comprensione, specie se si è un po’ indietro con l’educazione civica. 
La cosa è anche abbastanza normale giacché non siamo tutti costituzionalisti. 
Per cercare quindi di arginare la confusione e fornire a tutti la possibilità di capire chiaramente la Riforma, allo scopo di prendere una decisione in assoluta libertà, spieghiamo il contenuto del Referendum nella maniera più semplice e immediata  possibile.
Soprattutto, dopo avere analizzato i contenuti e le plausibili ragioni che si celano dietro questa Riforma, analizzeremo anche cosa succede se vincerà il “Sì” oppure il “No”. 
Importante, bisogna avere la consapevolezza che si vota con un Sì o con un No a “tutta” la Riforma in blocco, e non si votano le parti singolarmente.

Su cosa dobbiamo prendere posizione
Il referendum deciderà, con un semplice Sì o No, se siamo a favore o contrari alla riforma costituzionale (d’ora in poi solo Riforma e Referendum), detta anche Legge Boschi dal nome del suo promotore, o anche “Riforma del Senato” nonostante sia sbagliato definirla solo “del Senato” visto che, come vedremo, contiene tantissime altre cose. 
La Riforma è stata approvata perché ha passato tutti gli iter previsti dalla legge. Tuttavia, entrerà in vigore soltanto se vincerà il Sì al referendum. 
Trattandosi dell’impianto strutturale delle Camere dello Stato, chiedere l’approvazione o la bocciatura popolare è indispensabile in democrazia. 
Il Referendum è senza quorum, quindi avrà valore indifferentemente da quante persone andranno a votare.

Personalizzazione del referendum
Il Referendum NON decide se il Governo attuale sopravvive o meno. Non c’è nessun vincolo di legge che impone al Primo Ministro di dimettersi in caso di fallimento del Referendum. Non si può far decadere Renzi con questa votazione. Anche se Renzi decidesse di dimettersi in caso di vittoria del No, non saremmo comunque andati a votare contro di lui o contro il suo Governo. Questa confusione deriva dal fatto che sia Renzi che l’Opposizione hanno concentrato tutto il dibattito sull’esistenza futura del Governo e non sui contenuti della Riforma, dando così l’illusione al cittadino-elettore di poter decidere “di mandare a casa Renzi”.

L’argomento chiave della riforma
Perno della Riforma è, in sintesi,  la distruzione del tanto discusso Bicameralismo Perfetto. Ma cosa vuol dire? 
In Italia, dal 1948 ad oggi, abbiamo sempre avuto due Camere: la Camera dei Deputati (“Camera”) e il Senato della Repubblica (“Senato”). Entrambe vengono elette direttamente dai cittadini. In ognuna di esse, Deputati e Senatori proponevano, discutevano e votavano le leggi che poi, una volta concluso tutto il percorso, diventavano Leggi della Repubblica Italiana. 
Alla Camera vi sono 630 deputati, al Senato 315 senatori. La questione è che non c’è differenza nei poteri delle singole Camere e l’iter di approvazione delle leggi. 
Questo significa che le leggi devono passare il vaglio di Camera e Senato, che non differiscono nei poteri e quindi, secondo chi ha proposto la Riforma, “non aggiungono qualità” al lavoro svolto e “si fanno le cose due volte” senza una valida ragione. 
Pressoché tutti i maggiori costituzionalisti sono d’accordo sull’idea che bisogna eliminare il sistema del Bicameralismo Perfetto. Ci sono, però, diverse opinioni su come bisognerebbe riformarlo. Quasi tutti propendono a lasciare inalterata la Camera, e modificare strutturalmente il Senato: chi vuole eliminarlo, chi vuole un Senato debole, chi vuole un modello tedesco, chi un modello inglese, chi un modello americano… Il compromesso, in Parlamento, è stato raggiunto col cosiddetto “Senato dei 100”. 
Cosa succede se vince il Sì? Addio Bicameralismo Perfetto: avremo un Parlamento composto dalla Camera (630 deputati, uguale a quella attuale) e il Senato dei 100. 
Cosa succede se vince il No? Manteniamo il Bicameralismo Perfetto esattamente com’è.

Che succede al senato della Repubblica
Detto anche “Nuovo Senato”, “Senato delle Regioni”, il Senato dei 100 è il nuovo impianto che andrà a sostituire l’attuale Senato della Repubblica. Viene chiamato così perché, appunto, sarà composto da 100 senatori, invece degli attuali 315. Attualmente, quando andiamo a votare per il Parlamento, votiamo nello stesso momento sia deputati che i senatori. 
I 100 nuovi senatori, invece, saranno composti da 95 tra consiglieri regionali e sindaci, e 5 nominati dal Presidente della Repubblica. Gli ex-Presidenti della Repubblica saranno in automatico senatori a vita (come già avviene). 
La filosofia dietro la Riforma è quella di creare un Senato che funzioni principalmente da “raccordo” tra il Territorio e lo Stato centrale. Questo si vede bene sia nelle persone che lo compongono, sia nelle sue funzioni. 
Questo Senato ha un sacco di poteri diversi e complicati, e non c’è modo di riportarli tutti senza ricopiare tutta la legge per intero. Vediamo però quali sono le parti più importanti. 
Cosa il nuovo senato può fare: Il Senato ha piena competenza legislativa (cioè discute, approva e vota insieme alla Camera) su tutte le leggi che riguardano i rapporti tra Stato, Unione Europea e territorio, oltre che su leggi costituzionali, revisioni della Costituzione, leggi sui referendum popolari, leggi elettorali, leggi sulla Pubblica Amministrazione, leggi su organi di Governo, sulle funzioni specifiche di Comuni e Città Metropolitane. 
Sulle leggi di bilancio, il Senato avrà sempre diritto di modifica, ma solo 15 giorni di tempo per deliberare eventuali modifiche. Per il resto, il Senato può decidere, entro 10 giorni e su richiesta di 1/3 dei suoi componenti, di chiedere alla Camera di modificare una legge. Dopo questa richiesta, avrà 30 giorni di tempo per inoltrare alla Camera il testo modificato. 
La Camera può decidere di ignorare queste modifiche e votare il disegno di legge senza ascoltare il Senato. 
Sulle leggi riguardanti competenze che vengono assegnate esclusivamente alle Regioni, la Camera può bypassare le modifiche del Senato solo con un voto a maggioranza assoluta. Il Senato non è però del tutto insignificante: con voto a maggioranza assoluta, può proporre alla Camera di discutere e votare delle leggi proposte dai suoi senatori.
Cosa il nuovo senato non può fare: Oltre a quanto già detto sopra, il nuovo Senato non voterà più la fiducia al Governo. Inoltre, non delibererà più lo stato di guerra e non avrà competenze su leggi riguardanti amnistia e indulti. Non avrà competenza nemmeno su leggi che ratificano trattati internazionali, tranne quelle che riguardano la permanenza o meno dell’Italia nell’Unione Europea.
Cosa succede se vince il Sì? Il Senato dei 100 (95+5) diventa il nuovo Senato. Le sue funzioni sono complesse, e la sua filosofia è quella di funzionare da legame tra il Territorio e lo Stato centrale. 
Cosa succede se vince il No? Manteniamo l’attuale Senato, con 315 senatori eletti direttamente dai cittadini.

Chi sono i nuovi senatori
Come già detto, i nuovi senatori vengono scelti tra i consiglieri regionali e i sindaci del territorio (sul come verranno eletti, vediamo dopo). A differenza degli attuali, non necessitano di un limite minimo di età per essere eletti (al momento devono avere almeno 40 anni), e tutti i cittadini possono eleggerli (al momento devono avere minimo 25 anni). Inoltre, essendo eletti tra i consiglieri regionali e tra i sindaci, non riceveranno un’indennità per il loro ruolo da senatori (cioè non avranno due stipendi). Inoltre, tutti i consiglieri regionali (sia che svolgono funzioni di senatore, sia che non) avranno un tetto massimo al loro stipendio determinato dallo stipendio del sindaco del capoluogo della Regione di riferimento (ad esempio, i consiglieri regionali dell’Abruzzo avranno uno stipendio al massimo pari a quello del sindaco dell’Aquila). Come gli attuali senatori, questi avranno l’immunità parlamentare (cioè non potranno essere incarcerati se non ci sarà il voto favorevole del Senato, tranne nei casi in cui sia necessario l’arresto in flagranza di reato, oppure vi sia una sentenza irrevocabile di condanna), e non vi sono norme che regolano i rimborsi-spese, che dovranno essere decisi singolarmente dai regolamenti delle due Camere. 
Cosa succede se vince il Sì? I nuovi senatori non avranno limite minimo di età e doppio stipendio, ma mantengono l’immunità. Le Camere decideranno singolarmente sui rimborsi-spese. 
Cosa succede se vince il No? Manteniamo gli attuali senatori: minimo 40 anni, stipendio e immunità parlamentare, con rimborsi-spese così come stabiliti attualmente.

Come si eleggeranno i nuovi senatori
A differenza del precedente Senato, i senatori non saranno eletti direttamente da noi. Ma quindi chi li sceglie? La Riforma ci dà poche indicazioni. 
Intanto sappiamo che i senatori saranno eletti “in conformità alle scelte espresse dagli elettori”, e che saranno ripartiti tra le Regioni in base al loro peso demografico. A parte questo, l’elezione dei nuovi senatori non è ancora normata da una legge specifica. 
Nel testo della Riforma, si legge che le modalità di elezione verranno decise da Camera e Senato in un secondo momento. 
Come mai dopo e non ora? La ragione è perlopiù politica. L’argomento dell’elezione dei senatori è stato uno dei più dibattuti e infiammati, specie all’interno del PD dove la minoranza voleva (e vuole tutt’ora) l’eleggibilità diretta. Altri volevano un’elezione indiretta (cioè da parte dei consiglieri stessi), altri un particolare meccanismo che coinvolgeva le preferenze dei cittadini e i consigli regionali. Non si è trovato un accordo, ergo avremo il meccanismo preciso solo in futuro. 
Cosa succede se vince il Sì? Si approva il nuovo Senato, ma le modalità dell’elezione dei senatori verranno chiarite con una legge futura. 
Cosa succede se vince il No? Si mantiene il vecchio Senato, con le sue modalità elettive. Le implicazioni della vittoria del No sono, però, molto più complesse di quella del Sì, e sono strettamente vincolate a quello che potrebbe accadere dopo il Referendum. 

Ci sono due scenari principali. 
1. Renzi non si dimette o non viene sfiduciato: non succede nulla, perché realisticamente non si va ad elezioni anticipate (salvo decisioni clamorose di Mattarella). 
2. Renzi si dimette o viene sfiduciato: in questo caso, Mattarella può decidere di sciogliere le Camere ed andare ad elezioni anticipate, oppure non farlo e puntare a formare un governo che abbia l’approvazione del Parlamento. 
Se decide di sciogliere il Parlamento, eleggeremmo la Camera con il sistema dell’Italicum (in cui avremo sicuramente il 55% di deputati di un partito politico) e il Senato con il Consultellum (una modifica della Corte Costituzionale al famoso Porcellum), dove i senatori verranno assegnati in maniera proporzionale. 
Un sistema elettorale che condurrebbe, realisticamente, a uno scenario simile a quello delle elezioni nazionali del 2013: Camera forte, Senato fragile, probabile ingovernabilità e necessità di un governo di coalizione. 
Nulla vieta, naturalmente, di creare una legge elettorale specifica per il Senato (oppure integrare l’Italicum) che possa risolvere questo problema. 
Recentemente, Renzi ha escluso nuove elezioni dopo l’eventuale vittoria del No, sebbene avesse precedentemente proclamato le sue eventuali dimissioni. 
Se Renzi non si dimettesse, sarebbe suo compito (e del Parlamento) modificare la legge elettorale; in caso contrario, Mattarella potrebbe tentare di formare un “governo di scopo”, cioè deputato unicamente alla modifica della legge elettorale (insieme al Parlamento), oppure indire nuove elezioni col sistema Italicum+Consultellum.

I senatori a vita?
Col Senato dei 100, saranno Senatori a vita solo gli ex-Presidenti della Repubblica (come già avviene). Gli altri verranno sostituiti da senatori scelti dal Presidente della Repubblica (i famosi 5 del 95+5), che rimangono in carica 7 anni, e non potranno essere nominati nuovamente. Inoltre, non possono essercene più di 5 contemporaneamente. I senatori a vita attualmente presenti (Mario Monti, Elena Cattaneo, Renzo Piano e Carlo Rubbia) rimarranno al loro posto. Lo stesso vale per Giorgio Napolitano, in quanto ex-Presidente della Repubblica. 
Cosa succede se vince il Sì? Niente più senatori a vita, esclusi gli ex-Presidenti della Repubblica; ci saranno, al loro posto, senatori di nomina presidenziale che rimarranno in carica 7 anni e non sono rieleggibili. 
Cosa succede se vince il No? Resta intatta la legislazione sui senatori a vita.

Il Presidente della Repubblica
Con la Riforma cambia anche il modo in cui viene eletto il Presidente della Repubblica. L’elezione rimane sempre competenza di Deputati e Senatori (non c’è l’elezione diretta del Presidente della Repubblica: non siamo una Repubblica Presidenziale), ma diversi aspetti della votazione sono stati modificati: 
Votano solo Deputati e Senatori. Non ci sono più i 59 delegati regionali, visto che i senatori del Nuovo Senato sono, appunto, scelti dal territorio.
 Nelle prime tre votazioni, servono i 2/3 degli aventi diritto (circa 500 elettori) per eleggere il Presidente. Dalla quarta votazione in poi, la legge precedente prevedeva che il limite scendesse alla maggioranza assoluta (50% +1); con la Riforma, dal 4° al 6° scrutinio sono necessari i 3/5 degli aventi diritto al voto (circa 440 elettori); dal 7° in poi, la maggioranza dei 3/5 dei votanti (cioè quelli che sono presenti e votano effettivamente). 
Il Presidente della Repubblica potrà sciogliere unicamente la Camera e non più il Senato, essendo quest’ultima composta da rappresentanti regionali. Inoltre, il Presidente della Camera, durante l’assenza del Presidente della Repubblica, ne fa le veci (attualmente questo compito è svolto dal Presidente del Senato). 
Cosa succede se vince il Sì? Vengono approvate le modifiche sul quorum per eleggere il Presidente della Repubblica, oltre al suo potere di sciogliere unicamente la Camera. 
Cosa succede se vince il No? Restano intatte le modalità di elezione e i poteri del Presidente della Repubblica.

Leggi con voto in data certa
Nella Riforma è presente un meccanismo per consentire l’approvazione rapida di un disegno di legge reputato essenziale per l’attuazione del programma di Governo. 
Funziona così: il Governo può chiedere alla Camera una “via preferenziale” per l’approvazione di una data legge. La Camera ha tempo 5 giorni per accogliere questa richiesta e, se lo fa, deve discutere e approvare tale legge entro 70 giorni (con massimo 15 giorni di rinvio). Questa possibilità non è prevista per le leggi di competenza del Senato, oltre a una serie di leggi essenziali e non discutibili in tempi brevi (in particolare: le leggi elettorali, la ratifica dei trattati internazionali, le leggi di amnistia e indulto, le leggi di bilancio). 
Cosa succede se vince il Sì? Viene inserita una “via preferenziale” che consente al Governo di accelerare l’iter di approvazione di leggi importanti per il suo programma. 
Cosa succede se vince il No? Semplicemente, non viene inserito questo meccanismo.

Questioni di coerenza
Tra le varie norme legate alle leggi, un aspetto interessante riguarda i decreti legge (cioè gli atti proposti dal Governo, di solito urgenti, e che diventano immediatamente legge ed hanno funzione provvisoria, che diventa definitiva se vengono approvati entro 60 giorni dal Parlamento).
 I decreti legge, si legge nel testo, devono contenere “misure di immediata applicazione e di contenuto specifico, omogeneo e corrispondente al titolo”. 
L’idea è quella di limitare l’abuso dei decreti legge da parte del Governo e impedire la formazione di un minestrone di argomenti diversi nello stesso decreto. Il contenuto, perciò, deve essere coerente con ciò che si propone. 
Infatti, “non possono essere approvate disposizioni estranee all’oggetto o alle finalità del decreto”. Un classico esempio di “minestrone” riguarda il cosiddetto decreto “mille proroghe”, nato come strumento eccezionale (ma poi diventato prassi nell’ultimo decennio) per quelle disposizioni urgenti da risolvere entro l’anno in corso. 
Cosa succede se vince il Sì? Viene inserito l’obbligo costituzionale, per i decreti legge, di coerenza nel contenuto e l’impossibilità di votare disposizioni non omogenee. 
Cosa succede se vince il No? Semplicemente, non viene inserito questo obbligo nella Costituzione.

Riemerge la cancellazione delle Province
Con la Riforma, le province vengono definitivamente abolite (ma non dovevano essere già state abolite?). 
Tutte le loro competenze vengono spartite tra Comuni, Città Metropolitane, Regioni e Stato.
Nel corso degli anni, sono state discusse e/o approvate una serie di leggi che hanno progressivamente svuotato il contenuto degli enti provinciali (tra cui, degna di nota, è la più recente legge Delrio). 
Per l’abolizione definitiva è necessaria una modifica della Costituzione, che è stata definitivamente approvata con questa Riforma. 
Cosa succede se vince il Sì? Addio province, per sempre. 
Cosa succede se vince il No? Le province non vengono formalmente abolite del tutto, ma mantengono la struttura prevista dalla legge Delrio.

Abolizione del Cnel
Il Cnel, ovvero Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, è un ente statale che ha la possibilità di proporre iniziative legislative (limitatamente alle sue competenze, appunto in economia e lavoro) e di fornire pareri su questi argomenti. Tali pareri non sono vincolanti, e vengono forniti solo se richiesti o dal Governo, o dalle Camere o dalle Regioni. 
È stato ritenuto da molte parti un “ente inutile” (visto che le sue competenze sono compiute anche da altri organi statali), e negli anni ne è stata richiesta più volte l’abolizione. 
Siccome si tratta di un ente previsto costituzionalmente, lo si può abolire solo con una legge costituzionale. 
Renzi ha fortemente voluto la norma sull’abolizione del Cnel in questa Riforma, per fornire “un antipasto” sul progetto di chiusura degli enti inutili. 
Cosa succede se vince il Sì? Addio Cnel. 
Cosa succede se vince il No? Il Cnel rimane in piedi.

Competenze Stato e Regioni
E’ il punto più complicato di tutta la Riforma, oltre a essere fortemente dibattuto. 
La Riforma ridefinisce le competenze dello Stato e delle Regioni, e regola in particolare i rapporti tra le due. 
Vediamo gli aspetti più importanti: Fino ad oggi, le competenze su tutto ciò che è di interesse pubblico erano suddivise in due modi: “esclusive” (cioè riguardanti o solo le Regioni, o solo lo Stato) e “concorrenti” (cioè su cui hanno competenza le Regioni, ma con diversi principi fondamentali dettati dallo Stato). 
Con la Riforma, la definizione di “competenza concorrente” viene eliminata, mantenendo solo il concetto di competenza esclusiva. Ma come fare, quindi, con tutte quelle materie ibride che riguardano tanto lo Stato quanto le Regioni? E come vengono ripartiti i poteri? 
Con l’eliminazione della competenza concorrente, buona parte delle competenze va riassegnata o ridistribuita. 
Viene introdotta, però, la cosiddetta “clausola di supremazia”, in base alla quale la legge dello Stato (su proposta del Governo) può intervenire in materie non riservate alla legislazione esclusiva di Stato o Regione, se ritiene sia necessaria una “tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica ovvero la tutela dell’interesse nazionale”. 
Lo Stato può perciò agire sulle competenze non esclusive (quelle che erano regolate dalla “competenza concorrente”), nei casi in cui è necessario un intervento per l’unità giuridica/economica dello Stato, o di più generico “interesse nazionale”. 
Inoltre, viene introdotto il cosiddetto “regionalismo differenziato”. Alle Regioni (tranne quelle a Statuto Speciale e alle Province Autonome di Trento e Bolzano) possono essere attribuite particolari forme di autonomia, a condizione che presentino un equilibrio di bilancio tra le entrate e le spese. 
La legge per attuare il regionalismo differenziato deve essere approvata da entrambe le Camere, oltre a necessitare un continuo dialogo tra Stato e Regione interessata. Va notato, infine, che la maggiore critica a questa parte della Riforma riguarda l’accentramento dei poteri e delle competenze verso lo Stato centrale, che diminuisce l’impatto delle Regioni. 
Cosa succede se vince il Sì? Le competenze dello Stato e delle Regioni vengono profondamente riviste e modificate, insieme ai rapporti tra le due entità e alla possibilità di avere più o meno autonomia. 
Cosa succede se vince il No? La spartizione delle competenze tra Stato e Regioni restano invariate (in particolare rimane la “competenza concorrente” e tutte le sue implicazioni).

Le leggi di iniziativa popolare
Fino ad oggi, per fare una proposta di legge di iniziativa popolare era richiesto, oltre al testo della legge redatto in articoli, la firma di 50.000 elettori. 
Con la Riforma, sono richieste 150.000 firme, ma con la garanzia costituzionale che tale legge verrà discussa e votata in Parlamento. 
Le regole precise di questo meccanismo verranno delimitate dai singoli regolamenti di Camera e Senato. 
Cosa succede se vince il Sì? Sale a 150.000 il numero di firme per una proposta di legge di iniziativa popolare, con la garanzia che tale legge venga discussa e votata in Parlamento. 
Cosa succede se vince il No? Il numero di firme rimane 50.000, ma senza il vincolo costituzionale di discussione e voto.

Nuove norme sui referendum
Nella Riforma, vengono aggiunte e modificate alcune regole relative ai referendum. Innanzitutto, per i referendum abrogativi rimane il limite minimo al 50%+1 degli aventi diritto per rendere valido il voto. Tuttavia, se sono almeno 800.000 gli elettori a richiedere il referendum abrogativo, il quorum si abbassa al 50%+1 dei votanti alle ultime elezioni per la Camera dei Deputati. 
Se i richiedenti sono tra i 500.000 e gli 800.000, rimane la regola del 50%+1 degli aventi diritto. Esempio…:  Attualmente, sono circa 50 milioni gli italiani che possono votare. Alle ultime elezioni politiche (2013) hanno votato, per la Camera, poco più di 34 milioni di elettori. Se un ipotetico referendum abrogativo venisse richiesto da 800.000 elettori, basterebbero circa 17 milioni di elettori + 1 (il 34% di tutti gli elettori) per rendere valido il referendum. 
All’ultimo referendum sulle trivelle hanno votato esattamente 15.806.788 elettori. Se fosse stato richiesto da 800.000 elettori e non dalle Regioni, con poco più un milione di voti il referendum avrebbe superato il quorum. 
A parte questo, viene introdotto un nuovo tipo di referendum: il referendum “propositivo” (detto anche “di indirizzo”), attualmente presente solo in Val d’Aosta e nella provincia di Bolzano. 
Con questo referendum, la popolazione può richiedere al Parlamento di emanare una nuova legge su un tema particolare (è diverso quindi dalla sopracitata legge di iniziativa popolare: quella richiede un testo già fatto e redatto in articoli!). 
Per capire nel dettaglio come funzionerà, però, serviranno nuove leggi da discutere e approvare in un secondo momento. 
Cosa succede se vince il Sì? Si inseriscono delle modifiche al quorum per i referendum abrogativi, e viene introdotto il referendum propositivo (o “di indirizzo”). 
Cosa succede se vince il No? Rimangono inalterate le regole sui referendum, senza nessuna aggiunta.

Le quote rosa
La parità di genere nelle Camere e nelle Regioni viene stabilita costituzionalmente: con la Riforma, infatti, viene promosso “l’equilibrio tra donne e uomini nella rappresentanza”. 
Questo significa che lo Stato e le Regioni devono avere delle norme appropriate per garantire la parità di genere nei consigli regionali, nella Camera e nel Senato. 
Quasi certamente, ciò si tradurrà in apposite regole nelle leggi elettorali che consentano l’equilibrio tra uomini e donne. 
Per la Camera dei Deputati, esiste già una norma nell’Italicum che prevede la possibilità di esprimere sulla scheda elettorale due preferenze “di genere” dalle liste presentate (se vengono scelte entrambe, devono per forza essere un uomo e una donna). 
Per le Regioni, servirà una nuova norma. 
Cosa succede se vince il Sì? Diventa obbligatoria, nell’elezione delle Camere e dei Consigli Regionali, la parità di genere. 
Cosa succede se vince il No? Non viene introdotta alcuna quota rosa obbligatoria.

Ruolo della corte costituzionale
La Corte Costituzionale, ente supremo che vigila sulla Costituzione e sulla sua applicazione, è composta da 15 giudici: 5 eletti dal Presidente della Repubblica, 5 eletti dalla magistratura e 5 eletti dalle Camere in seduta comune. 
Con la Riforma, cambia solo che i 5 giudici che oggi sono eletti insieme dalle due Camere vengono eletti separatamente: 3 alla Camera, 2 al Senato. 
Inoltre, la Riforma introduce la possibilità di sottoporre alla Corte Costituzionale le leggi elettorali per accertarne la legittimità (questa norma è stata pensata dopo la bocciatura del Porcellum per palese incostituzionalità). 
Per farlo bisogna presentare la legge alla Corte, entro 10 giorni dalla sua approvazione, con un ricorso firmato da almeno 1/3 dei componenti del Senato, o 1/4 della Camera. 
La Corte ha 30 giorni di tempo per pronunciarsi, e la legge non viene promulgata se viene considerata incostituzionale. 
Cosa succede se vince il Sì? I 5 giudici della Corte vengono eletti separatamente: 3 dalla Camera, 2 dal Senato. La Corte ha, inoltre, la possibilità di giudicare preventivamente la legittimità delle leggi elettorali. 
Cosa succede se vince il No? I 5 giudici della Corte vengono eletti dalle Camere in seduta comune, e non vi è la possibilità di giudicare preventivamente le leggi elettorali.

Conclusioni
Comprensibilmente, per quanto si sia cercato di essere semplici e sintetici non è proprio una passeggiata cercare di comprendere tutte le implicazioni di un quesito che risulterebbe oggettivamente troppo generico e assai poco trasparente.
Abbiamo cercato di far comprendere tutto quello che si deciderà mettendo la croce su una delle due opzioni. 
La Riforma è molto importante, per qualcuno troppo, la carne al fuoco è tantissima e non sarà facile comprenderne tutte le implicazioni, forse questo è il motivo che farà stare lontani dalle urne troppi cittadini.
Non a caso, ben 50 costituzionalisti hanno, tra le altre cose, chiesto che si potesse fare un referendum differenziato sui singoli punti, in maniera tale da non doverla votare in blocco. 
Sicuramente non avverrà mai. 
Il nostro consiglio è di prender tutto il tempo che serve, fino alla data del Referendum, per riflettere su questi argomenti. 
Le opinioni sono diverse anche all’interno di schieramenti apparentemente già certi delle scelte fatte e in fase di promozione (parliamo dei vari comitati). Noi prendiamo l’impegno di seguire e continuare a esaminare tutte le varie implicazioni del voto aggiornando questo articolo con sollecitudine. 
Buon voto a tutti!
autore / Luca Lippi
Luca Lippi
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