Tiziana Cantone, Fb: "Non obbligati a rimuovere video". Madre chiede "pietà"

05 ottobre 2016 ore 11:11, Andrea De Angelis
Siamo alle solite. Il sottile, labile confine tra sicurezza e privacy. Tra socializzazione e riservatezza. Dove inizia l'una e finisce l'altra? Una questione annosa, che potenzialmente sembra in grado di esplodere sempre più con il passare del tempo. I cui esempi concreti si moltiplicano con l'accrescersi del fenomeno

Così oggi si torna a parlare del suicidio di Tiziana Cantone, la giovane ragazza napoletana morta lo scorso mese dopo 
“Non siamo tecnicamente nelle condizioni di esaminare tutti i post riferiti a Tiziana e dunque di rimuoverli”. Ad affermarlo sarebbe stato Facebook Ireland scrivendo al tribunale di Napoli in merito alla storia di Tiziana Cantone, suicida a 31 anni per i video hard divenuti virali. Ma c’è anche dell’altro: dato che si tratta di un “hosting provider”, il social network avrebbe dichiarato di non avere "alcun obbligo di rimuovere i contenuti” in assenza di “un ordine emesso dalle autorità competenti".

Tiziana Cantone, Fb: 'Non obbligati a rimuovere video'. Madre chiede 'pietà'
Questi secondo Repubblica alcuni dei passaggi del reclamo di 23 pagine che Facebook ha presentato per ottenere la sospensione dell’ordinanza del giudice che, alla vigilia del suicidio, aveva accolto parzialmente il ricorso presentato dai legali della giovane. L’avvocato Andrea Orefice, legale della mamma di Tiziana, Teresa, ha commentato: "Ecco perché oggi si impone - aggiunge Orefice - una riflessione del legislatore, a livello nazionale ed internazionale. Al di là delle responsabilità di ciascuno, anche i giganti del web diano prova di collaborazione e pietas, senza le quali la Rete assume il volto sinistro e grottesco di uno strumento che ha perduto ogni carattere di umanità".
Siamo di fronte a un epilogo molto amaro, che fa riflettere - sottolinea l’avvocato Orefice - Sostanzialmente si invoca una sorta di esenzione dall’obbligo del neminem ledere, cioè di non offendere nessuno e tener fede ai doveri di vigilanza e prudenza nei confronti dei diritti fondamentali della persona. Eppure, siamo di fronte a una storia che reca in sé la tragica conferma della portata lesiva di quella diffusione virale».
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