Ci vuole una guerra per far vincere Hillary Clinton?

05 ottobre 2016 ore 15:53, intelligo
di Alessandro Corneli  

Le guerre nascono dai conflitti politici interni agli Stati. Sembra paradossale, ma è così. Quando un regime politico si trova in difficoltà, spesso – purtroppo – pensa di cavarsela con una crisi esterna che, sviando l’attenzione, crei una compattezza di fronte al “nemico” di cui quel regime può giovarsi.
Il sistema politico in difficoltà è quello degli Stati Uniti alle prese con una campagna elettorale asperrima che non conosce il fair play tanto spesso vantato dalle mature democrazie anglosassoni. I colpi bassi non mancano ma sono usciti dal tradizionale folklore: sono coltellate vibrate per fare male sul serio. Ed è anomalo anche l’interventismo del Presidente uscente a favore del candidato del partito. L’alternanza, così salutare alla democrazia e così spesso celebrata, ha assunto aspetti drammatici.  Allora si materializzano ipotesi estreme, come quelle di una grave crisi che possa sconvolgere gli elettori, ancora piuttosto incerti, e spingerli in una direzione obbligata.
Ci vuole una guerra per far vincere Hillary Clinton?
Se si verificasse un grave attentato di chiara matrice islamica, smentendo tutte le dichiarazioni di Obama secondo il quale non ci sono terroristi islamici negli Stati Uniti, a beneficiarne sarebbe Donald Trump che, se eletto, metterebbe in pratica alcune delle misure precauzionali anti-musulmani, come ha detto più volte. In questo caso, gli effetti resterebbero all’interno degli Stati Uniti e, verso l’esterno, porterebbero a qualche chiarimenti nei confronti di alcuni alleati arabi tradizionali ma infidi.
La cosa peggiore che potrebbe capitare, con conseguenze planetarie, sarebbe invece un incidente grave tra Usa e Russia. 
A beneficiarne sarebbe Hillary Clinton, che ha già denunciato le “interferenze” di Putin sulla campagna elettorale. Queste sono una sciocchezza, ma sono fatti concreti i gli attriti crescenti sull’Ucraina, la Crimea e la Siria e, soprattutto, gli avanzamenti della Nato verso i confini della Russia con le manovre militari nel Baltico e in Polonia. A coronare questa escalation, l’installazione di sistemi antimissili americani in Romania, giustificati dall’ipotesi di una reazione contro l’Iran, cioè contro il paese con cui, di recente, gli Stati Uniti hanno ristabilito un dialogo dopo venticinque anni di gelo. Questa spiegazione non regge. 
La volontà di far salire la tensione con Mosca è quindi evidente. Si può capire che Obama, e di riflesso la Clinton come candidata del Partito democratico, avrebbe bisogno di un successo in politica estera, come ad esempio la caduta del regime di Assad in Siria, ma Putin lo difende perché così difende la sua base navale a Tartus, ora protetta da nuovi missili. Sloggiare i russi dal Mediterraneo sarebbe un successo, ma quali sono i rischi? L’Europa sta a guardare sebbene sia l’area che più rischierebbe da un confronto Usa-Russia. Merkel e Hollande, che potrebbero dire qualcosa, restano silenziosi. Se una crisi forte si profilasse, di sicuro parlerebbe papa Francesco, a favore del negoziato. Washington non gradirebbe.


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