Siria. L'ultimo tassello di un grande progetto geo-politico: il nuovo ordine mondiale di Obama

05 settembre 2013 ore 13:11, intelligo
Siria. L'ultimo tassello di un grande progetto geo-politico: il nuovo ordine mondiale di Obama
Di Francesco Tallarico A seguito dell'uso di armi chimiche in Siria, un rapporto dell'Intelligence statunitense, reso pubblico, avrebbe stabilito la responsabilità dei lealisti. Il regime di Assad, però, nega ogni utilizzo delle suddette armi. Gli Stati Uniti hanno minacciato di intervenire militarmente. La Francia si è affiancata agli Usa. La proposta di Cameron di intervenire a fianco degli americani è stata, invece, bocciata dal Parlamento britannico. La mozione inglese di condanna del regime siriano per l'uso di armi chimiche, proposta al Consiglio di Sicurezza dell'Onu, che ha inviato ispettori in Siria per una indagine conoscitiva, è stata bloccata dalla Russia e dalla Cina, che, in quanto membri permanenti, hanno diritto di veto. Questi i fatti salienti. Con queste considerazioni sull'intervento militare in Siria, prima annunciato dal Presidente degli Usa Obama, col sostegno della Francia, e, poi, subordinato all'approvazione del Congresso e del Senato, ci si propone di effettuare un'analisi strettamente geopolitica del conflitto. Ad avviso dello scrivente, infatti, tutte le argomentazioni in tema di “ingerenza umanitaria”, “violazione del diritto internazionale che vieta l'uso di armi chimiche”, ampiamente riprese dalla Stampa politically correct, sono di natura strettamente propagandistica. Questa gravissima e cruciale crisi internazionale deve essere analizzata alla luce degli interventi angloamericani e della Nato almeno a partire dagli ultimi dodici anni. V'è, infatti, da domandarsi: e se questo intervento in Siria, ventilato da americani e francesi fosse l'ultimo tassello di un progetto geopolitico globale, concepito da lungo tempo?

E se le aree di crisi, teatro dei recenti interventi degli angloamericani e della Nato non fossero il prodotto casuale di eventi storici, separati gli uni dagli altri, ma obiettivi, selezionati per la loro importanza geografica, politica, strategica ed economica?

Valgano per tutti i seguenti esempi: 1) l'Afghanistan: cerniera dell'Asia, situata a Nord del blocco Indo-pakistano (che controlla dalle montagne - il famoso Passo Kyber di britannica memoria), a Sud della Russia e ad Ovest della Cina; paese dall'importanza strategica enorme, decisiva per le sorti dell'Asia; 2) l'Iraq, paese ricchissimo di petrolio, che, prima dell'invasione da parte degli americani e dei loro alleati, possedeva l'esercito più potente del mondo arabo, vera spina dorsale del mondo arabo, che, peraltro, ha dominato per secoli con il Califfato di Baghdad; 3) che dire della Libia? Prima della caduta di Gheddafi, i tre paesi dominanti in Africa erano la Libia a Nord, la Nigeria al Centro e il Sudafrica al Sud. La Libia, vera potenza regionale, ricca di petrolio e per di più affacciata sul Mediterraneo; 4) l'Egitto, quanto ad importanza strategica, dacché fu realizzato il Canale di Suez, non ha pari al mondo (neanche il Canale di Panama è così importante e comunque è singolare notare come anche a Panama vi sia stato un intervento militare degli angloamericani): porta di passaggio tra il Mediterraneo e l'Oceano Indiano, quindi, tra l'Europa e l'Asia. Caso strano, le tessere di questo mosaico, composto dai paesi più importanti del mondo da un punto di vista geografico, politico, strategico ed economico, sono saltate ad una ad una. E se non fosse un caso? Vale la pena di completare lo scenario, nel quale si inserisce questa nuova crisi, con la seguente osservazione: tutta l'Europa del Sud al momento è in una situazione di grave difficoltà, con Grecia, Cipro, Italia, Spagna e Portogallo, strangolate dalla crisi economico-valutaria più grave dalla seconda guerra mondiale ai giorni nostri. E' un caso anche questo? E se il progetto geopolitico degli angloamericani e loro alleati fosse il cd. “Nuovo Ordine Mondiale”, proclamato da Bush senior? Veniamo alla Siria. Punta di diamante, centro nevralgico dell'ultimo blocco di paesi del Medio Oriente, non allineati con gli interessi angloamericani, del cosiddetto asse sciita. L'asse sciita va dal clan alauita al potere in Siria all'Iran, ad Hezbollah in Libano fino ad Hamas in Palestina. La Siria. Storico nemico di Israele. Storico amico dell'Unione Sovietica, prima, della Russia di Putin, poi. Infatti, il Porto di Tartus in Siria è l'ultimo porto del Mediterraneo, presso cui la Russia può far stazionare navi da guerra. In verità, l'asse sciita  rappresenta l'ultimo corridoio di cui la Russia dispone per affacciarsi sul Mar Mediterraneo. Gli interessi della Russia, dell'Iran e della Siria confliggono pesantemente con gli interessi della Turchia. Non è un caso che la Turchia sia tra i paesi, che più spingono per un intervento militare in Siria, con richiesta recente agli americani di un intervento non limitato nel tempo, ma duraturo ed efficace, fino alla definitiva eliminazione di Bashar al Assad. Anche altri paesi della penisola arabica, quali Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi, Kuwait ed Oman spingono gli americani ad un intervento militare in Siria, soprattutto l'Arabia Saudita con il suo plenipotenziario Bandar Bin Sultan, in quanto da tempo preoccupati dalla potenza militare iraniana e dalla sua politica, che, a loro parere, destabilizza tutta l'area mediorientale. Ma il caso della Turchia è diverso. La Turchia, da svariati anni, insegue un progetto “neo-ottomano”. Tale progetto sembrava concretizzarsi, allorchè le varie “primavere arabe” hanno spazzato via alcuni regimi autocratici. Sorgeva, dunque, la possibilità di sostituire i suddetti regimi con sistemi di governo para-democratici, all'interno dei quali il potere fosse affidato a partiti islamici moderati, sul modello del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (Akp), attualmente al potere in Turchia con il premier Recep Tayyip Erdogan. Così si è tentato di fare in Tunisia. Non ancora in Libia, dove si stanno ancora consumando feroci conflitti tribali. Così è stato fatto in Egitto, almeno nella prima fase, con l'avvento al potere dei Fratelli Musulmani e del loro leader, Mohamed Morsi, poi destituito dai militari a causa delle proteste sempre più violente di parte della popolazione contro quella che, a loro avviso, era una rivoluzione tradita. In ogni caso, poiché la Turchia è un alleato molto affidabile della Nato, il suo progetto neo-ottomano sembra al momento essere favorito dagli angloamericani, o quanto meno non apertamente avversato. In Siria, evidentemente, gli americani, ai quali si è affiancata anche la Francia, vogliono rimpiazzare il regime di Bashar al Assad con un regime para-democratico, islamico moderato. O, almeno, demolire l'esercito siriano, che resta uno dei più potenti del Medio Oriente. Lo scopo principale di questo progetto è, con tutta evidenza, quello di spezzare l'asse sciita e isolare l'Iran. La reazione più violenta alla determinazione franco-americana di intervenire militarmente in Siria, con minacce di gravi ritorsioni, è venuta proprio dall'Iran. Non è, peraltro, un mistero che l'Iran stia sostenendo il regime di Assad con uomini e mezzi. A fianco dell'Iran si sono schierate Russia e Cina. Le ragioni circa la contrarietà della Russia ad un intervento militare sono già state evidenziate. Quelle della Cina sono le seguenti. Con la sua straordinaria crescita economica, scientifica, tecnologica, demografica e culturale, la Cina si appresta a divenire la prima superpotenza mondiale. Taluni stimano, infatti, che fra 20 anni supererà anche gli Stati Uniti. Pertanto, anche per ragioni, legate al proprio approvvigionamento energetico (il petrolio), la Cina ha interesse a non essere tagliata fuori dal Medio Oriente. Qualora vi fosse un intervento militare franco-americano, che infliggesse seri danni all'esercito siriano e destituisse Bashar al Assad, l'Iran rimarrebbe isolato e dovrebbe rinunciare al suo ruolo di potenza regionale. In una simile ipotesi, l'intera area mediorientale sarebbe “normalizzata” sotto l'influenza degli USA, dei suoi alleati europei e della Turchia. L'affare siriano è, per tali motivi, di un'importanza cruciale per le sorti del mondo. Se gli americani vincessero questa partita, regnerebbe quasi ovunque la “pax americana”. Qualcuno potrebbe essere favorevole ad un simile scenario, qualcuno contrario. Mi limito ad una sola considerazione: la Storia insegna che il dominio dei grandi imperi (che, peraltro, non hanno mai governato sull'intero globo terracqueo) ha prodotto periodi di pace e fioritura della civiltà, allorché fosse stato fondato sulla giustizia e sulla equità. In caso contrario, tale dominio non ha generato altro che guerre, dolore, fame, morte e distruzione. Il giudizio ai lettori.
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