8 settembre: fine della patria? L'armistizio fu un atto eroico

05 settembre 2013 ore 10:34, intelligo
8 settembre: fine della patria? L'armistizio fu un atto eroico
di Franco Ceccarelli   Si può dire che già il 9 settembre del 1943, giorno successivo all’armistizio, iniziava il dibattito se tale data avesse, oppure no, segnato la “fine della Patria”. Ancora oggi se ne discute e, probabilmente, si continuerà a farlo ancora per decenni.  Sono passati settant'anni, ma è ancora presto, storicamente, per dare un giudizio obiettivo. Basti pensare che per un esame appena sereno di quell’evento epocale che fu la Rivoluzione Francese, si dovette attendere il 1989, bicentenario della presa della Bastiglia. Restando nei patrii lidi, quel che è certo è che l’armistizio del 1943 fu una delle pagine più buie della storia nazionale, dalla quale in pochi uscirono immacolati. Anzi, forse nessuno. Eppure l’armistizio fu un evento che, quanto a segretezza, venne gestito in maniera quasi maniacale: uno dei pochi fatti centrali della storia nazionale sul quale, stranamente, si riuscì a mantenere un segreto quasi assoluto del quale perfino gli efficientissimi tedeschi non ebbero alcuna notizia ma, al massimo , sospetti di carattere, comunque, generico.  Talmente segreto che, ad esempio, il Re non ne informò nemmeno i familiari più stretti, a costo di mettere in pericolo i suoi stessi figli, come in effetti avvenne, in particolare, per la Principessa Mafalda. Fuori Italia per la morte del Cognato, lo Zar Boris III di Bulgaria, fu sorpresa in viaggio e seppe dell’evento dalla Regina Madre di Romania, che fece sostare appositamente il treno su cui viaggiava in una sperduta stazione romena per informarla. Arrestata appena tornata a Roma, è noto come finì i suoi giorni nel campo di concentramento di Buchenwald. E non solo Lei, dal momento che anche il genero del Re, conte Calvi di Bergolo, la figlia minore, principessa Maria, con i figli, le due duchesse d’Aosta, Anna ed Irene, con le rispettive proli, caddero in mano germanica. Segreto totale. Insomma non può dirsi che la Famiglia Reale non condivise, con altri centinaia di migliaia di italiani, gli conseguenze di quel fatto. Eppure, a chi voleva intendere, checché se ne disse poi, poteva intendere a cosa stava andando incontro il Paese e da chi, in breve, si sarebbe dovuto guardare. Non è affatto vero, infatti, che le Forze Armate siano state lasciate completamente prive di direttive: già dopo il convegno svoltosi a Tarvisio tra i ministri degli Esteri Guariglia, italiano, e Ribbentrop, tedesco, il governo incaricava lo Stato Maggiore dell’Esercito di informare i comandi di possibili cambiamenti. Già tra il 20 e il 30 agosto il Foglio 111 CT recitava di “resistere ad eventuali attacchi tedeschi”. Lo stesso dicevano, ad inizio settembre, i fogli O.P. 44 e 45. Lo disse, di fatto, Badoglio nel suo proclama. Chi non capì, non volle capire, e in troppi hanno nascosto le loro colpe – fatte salve le sempre onorevoli eccezioni – sulle spalle di altri, a cominciare da quelle del Re. I reparti, pochi o tanti che siano stati, che resistettero, lo fecero, sia p l’onore, sia perché sapevano di doverlo fare. Chi si squagliò e purtroppo lo fecero in tanti, sapevano quel che facevano. La Patria non morì l’8 settembre, ma naufragò, senza però affondare, l’8 settembre e la carcassa di una Nazione, simbolicamente, approdò a Brindisi dove, grazie alla buona volontà di centinaia di migliaia di italiani di buona volontà, civili e militari, iniziò ad essere riparata, per riprendere a navigare, già durante il prosieguo della guerra.. Eppure quell’evento venne gestito talmente bene dalle maggiori forze politiche rinate dopo la caduta del fascismo, che fu grazie ad esso che, probabilmente, ad esempio, nel 1946 si poté avere l’instaurazione della repubblica.
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