Borse nella tempesta

05 settembre 2016 ore 11:03, intelligo
di Luciano Atticciati

Molti scrivevano che le azioni sarebbero andate benissimo visti i tassi sotto zero delle obbligazioni e dei titoli di stato. Ma le cose sono andate diversamente. 
Ad aprile dell'anno scorso, sembra passato tanto tempo, si aveva la prima crisi con la Grecia di Tsipras. La Borsa italiana reagì relativamente molto bene, molta volatilità ma con un trend come si dice "laterale", ovvero piatto. 
Quando il governo ellenico nonostante i contrasti fortissimi e l'uscita di scena del terribile Varoufakis, firmò lo storico accordo per il terzo piano di aiuti accettando tutte le richieste dei paesi creditori sembrava che tutti i guai fossero finiti, le vacanze estive sembravano tranquille, ma arrivò un nuovo ciclone, la Cina. Non si capisce perché un dato negativo (la minore fiducia dei top manager cinesi) venne interpretato come un uragano imminente, mentre si trattava di un innocuo e fisiologico ridimensionamento della potenza asiatica. 

Borse nella tempesta

Il crollo delle borse investì anche quelle americane che da anni apparivano molto più tranquille di quelle europee. Gli investitori internazionali ma anche gli operatori minori iniziarono ad essere più tesi e meno ottimisti, intanto il prezzo del petrolio a inizio del nostro anno andò in caduta libera a causa della nuova politica dell'Arabia Saudita che intendeva combattere una guerra dura contro i produttori americani e successivamente gli odiati iraniani. 
L'Opec sembrava non contare più nulla,  i "principi del petrolio" apertamente dichiaravano che loro lavoravano relativamente bene anche a prezzi bassissimi, ma per gli americani erano guai, il loro costo di estrazione era ovviamente molto più alto mentre gli iraniani erano impegnati a rimettere in moto dopo anni di sanzioni internazionali i loro impianti un po' vetusti. Stranezze dell'economia, fino allora si diceva che un petrolio a basso prezzo era molto positivo per la nostra economia, invece prima la borsa americana poi tutte le borse mondiali iniziarono a perdere a rotta di collo. 
I commentatori di Borsa si trovarono improvvisamente spiazzati, non sapevano che pesci prendere, lentamente si fece strada l'idea che i paesi dell'oro nero di fronte alle minori entrate stavano vendendo dappertutto i tantissimi titoli azionari accumulati nel corso degli anni. La crisi di gennaio fu una delle più violente e più subdole della nostra storia recente, società solide e affidabili perdevano come quelle disastrate, la confusione era totale. Si arrivò quindi a un precario accordo fra Sauditi e Russi e la strana tempesta cessò con un recupero significativo del petrolio sui mercati mondiali. 
Non passò molto tempo che si affacciò un nuovo accidente, i crediti deteriorati chiamati dai simpatizzanti degli inglesismi "non performing loans". Non era per niente un fatto nuovo, erano anni che le banche italiane come quelle europee accumulavano insolvenze, ma l'idea dei 200 miliardi di crediti in sofferenza (che per alcuni erano più di 300) saltò fuori come una nuova bomba. Le nuove regole dell'Unione Europea prevedono che non si possano realizzare aiuti di stato nemmeno in forma indiretta, da qui uno strano contorsionismo del nostro governo per cercare di risolvere la situazione. Si chiamarono a intervenire quelle istituzioni formalmente private ma costituite con denaro pubblico, tipo Cassa Depositi e Prestiti, Poste Italiane a tamponare la situazione. 
Alcune banche locali (Marche, Chieti, Ferrara, Etruria) che avevano sperperato i risparmi della gente meno accorta vennero salvate con fragili accorgimenti, la banche del ricco Veneto (BP Vicenza e Veneto Banca) non trovavano nessuno disposto a investire. Ma nemmeno i castigatori per eccellenza dei paesi sperperoni si trovavano meglio, i tedeschi si ritrovavano con due colossi, Commerz Bank e Deutsche Bank messi male a causa della enorme mole di derivati (che in pratica sono qualcosa di simile a delle scommesse) e delle perdite vistose. Nel corso della tempesta si verificava un evento ritenuto fino al giorno prima difficile a verificarsi la Brexit. 
Pochi sanno dire esattamente cosa comporta, al momento si spera comunque in un periodo di calma, o almeno in una fragile tregua, difficile dire cosa ci riservi il prossimo futuro.
L'economia è una cosa delicata, il senso di responsabilità dovrebbe essere il primo punto di chi è chiamato a gestire grandi istituzioni, mischiare la politica all'economia non è una buona ricetta. La società si regge sulla fiducia e su un'azione incisiva di chi è chiamato ad un lavoro di controllo. I nostri paesi in questo campo hanno molto da lavorare. 
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