Il TTIP è morto. Viva il TTIP

05 settembre 2016 ore 12:09, intelligo
di Alessandro Corneli

Ha fatto scalpore l’intervista del vice cancelliere tedesco nonché ministro dell’Economia , Sigmar Gabriel, socialdemocratico e candidato cancelliere alle prossime elezioni politiche di settembre 2017, nella quale ha dichiarato che i negoziati tra la Commissione europea e gli Stati Uniti per il TTIP (Trattato di libero scambio transatlantico) “sono di fatto falliti, perché noi europei non vogliamo sottostare alle richieste americane”. 
Il portavoce di Angela Merkel, sostenitrice del trattato, anche se in forma più attenuata rispetto al passato, se non altro perché il consenso dell’opinione pubblica tedesca al TTIP è crollato in due anni dal 55 al 17 per cento,  ha replicato: “la trattativa non è fallita ma ci sono posizioni divergenti su questioni importanti. È giusto continuare a negoziare”. Di rincalzo, un portavoce della Commissione ha precisato: “Abbiamo un mandato unanime dei Paesi membri. Stiamo lavorando con buona volontà”. Ha quindi ricordato che, in base al trattato di Lisbona del 2009, gli stati membri della Ue non possono più fare accordi commerciali separatamente perché la politica commerciale è di sola competenza europea. Dagli Stati Uniti sono filtrati consensi alla posizione della Commissione.
Il tasto del TTIP è sensibile. Da un lato si vorrebbe tenere l’opinione pubblica lontana da questo tema, ma dall’altro lato si teme che la congiunzione di un latente antiamericanismo con un più esplicito senso critico nei confronti dell’Europa possa gettare sul negoziato più ombre che luci, lasciando spazio alla circolazione delle informazioni inesatte e più allarmistiche. Ma ciò che probabilmente ha messo in allarme i sostenitori del TTIP,  da alcuni definito una “NATO economica”, di rinforzo (e rilancio) alla “NATO militare”, è stata l’espressione di Gabriel riguardante la rivolta degli europei a sottomettersi agli Stati Uniti. Sullo sfondo c’è la pressione esercitata da Washington sul tema delle sanzioni alla Russia per l’annessione della Crimea e la crisi con l’Ucraina che danneggiano più gli europei che gli americani e favoriscono paesi terzi, come ad esempio la Turchia, di colpo riavvicinatasi a Mosca. L’Europa, inoltre, che incontra grandi difficoltà ad uscire dalla crisi economica, non ha certo bisogno di entrare in una nuovo guerra fredda economica degli Usa contro la Russia mentre il Medio Oriente è in ebollizione e il terrorismo colpisce.

È certo che Barack Obama vorrebbe la firma del TTIP prima di lasciare la Casa Bianca. 
Molti dubitano che ci riuscirà. I suoi tempi sono stretti: per produrre il massimo sforzo dovrà aspettare l’esito delle elezioni americane dell’8 novembre per non mettere in imbarazzo Hillary Clinton che, per attrarre voti e togliere spazio a Donald Trump, ha assunto una posizione critica verso i trattati commerciali sebbene essa sia a favore di una rafforzamento dei legami euro-americani in funzione anti-russa. Ciò che si dice in campagna elettorale, infatti, ha un valore molto relativo. 
Anche la posizione di Trump – “Prima di tutto l’America” – potrebbe dare sorprese in sede di attuazione se il candidato repubblicano dovesse conquistare la Casa Bianca.
Quanto ai governi europei, in attesa di sapere se Angela Merkel si ricandiderà, e se lo farà anche François Hollande, nei cui rispettivi paesi il sentimento anti-TTIP attualmente prevale, tutti confermano che i negoziati vanno avanti: alcuni per trovare un compromesso, altri per dimostrare che l’accordo è impossibile. Inoltre non hanno ancora le idee chiare su come procederà il Brexit. Ma più grave è la loro inerzia di fronte a una Bce che continua a pompare liquidità mentre l’inflazione sta a zero e l’economia non riparte. Tutte questioni più pregnanti dei futuri benefici del TTIP.
Il TTIP è morto. Viva il TTIP

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