Che fine ha fatto Luciano Lutring, il “solista del mitra”

05 settembre 2016 ore 13:59, intelligo
di Anna Paratore 

Tutto si può dire di Luciano Lutring, meno che fosse bello, eppure le donne stravedevano per lui. Il suo era il fascino del “bandito gentiluomo”, del delinquente vecchio stampo che, pur venendo meno alle regole della società, si atteneva a una specie di codice della malavita, il che lo rendeva una sorta di antieroe romantico. Sia come sia, Lutring nella sua vita ebbe tre grandi amori, ma suscitò la passione in tanti cuori femminili che nemmeno lui sarebbe stato in grado di contare.

Luciano Lutring nasce a Milano, in via Novara, una strada divisa tra il quartiere di San Siro, da sempre appannaggio dei ricchi, e quello di Baggio, zona di sottoproletariato. E’ il 30 dicembre del 1937.  Suo padre e sua madre, a quell’epoca gestiscono un bar, il Crimen, che oggi non esiste più come non c’è più nemmeno il palazzo che lo ospitava. Malgrado la famiglia non navighi nell’oro, suo padre vorrebbe fare di Luciano un professore di violino. Lui, testardo, ribelle, difficile da controllare, non ci pensa per niente a dedicarsi allo studio. Quello che sogna, da quando è poco più che un ragazzino, è fare la bella vita, avere belle donne, lavorare il meno possibile.  Un giorno, per caso, da un amico compra una vecchia 38 Smith & Wesson di quelle un tempo appartenute alla polizia canadese. L’arma non ha in dotazione i proiettili che sono usciti dalla produzione, ma a Luciano piace, e gli piace soprattutto il senso di potere che gli dà tenerla in mano. Qualcuno del suo giro comincia a chiamarlo l’Americano, anche perché oltre alla pistola ha anche comprato una vecchia Cadillac, e anche questo gli piace. Poi, a dimostrazione che certi destini sono probabilmente già segnati, e non puoi fare nulla per sfuggire alla tua sorte, ecco arrivare la prima rapina. E’ Luciano stesso in un suo libro a raccontare come accadde: “Un giorno mia zia mi chiese di andare a pagare una bolletta alle poste. Io andai. Ma l’impiegato era lento e detti un pugno sul bancone. Nel movimento si vide la finta pistola che portavo sotto la cintura. L’impiegato credette che fosse una rapina e mi consegnò i soldi. Io pensai: “È così facile?”. E me ne andai col bottino”.                                                                                                                                                                                                                                                                                 
Facile, dice Luciano, fin troppo, e da quel momento si apre la sua “carriera” di rapinatore solitario, ben presto soprannominato “il solista del mitra” perché ha il vezzo di nascondere le armi proprio nella custodia di quel violino che suo padre avrebbe tanto voluto che suonasse da professionista. Se però era il successo a cui doveva ambire ebbene, bisogna ammetterlo, in quel mondo di delinquenza, Luciano ne aveva eccome. Le sue gesta criminali cominciano ad avere una eco a mano a mano che lui continua ad imperversare. Rapina di tutto, dalle banche ai negozi alle sale scommesse, mettendo a segno un numero di colpi oggi inimmaginabile, oltre cinquecento.
Intanto, Milano sta cambiando. La società sta cambiando. E’ arrivato il boom economico e a poco a poco, le sacche di povertà si assottigliano sempre di più. Milano comincia a diventare una metropoli europea, e Luciano che ormai si può permettere le belle donne che ha sempre desiderato, e viaggia su fuoriserie, abbandona le frasi in dialetto milanese con cui firmava le sue rapine e che erano una sorta di suo marchio di fabbrica, per frasi spesso in lingua straniera, a dimostrazione che il cambiamento sociale in atto ha raggiunto anche lui.  Per lui è l’epoca dei grandi alberghi e della bella vita. A un certo punto fa anche il grande passo e si sposa, ma anche qui tutto arriva da una situazione rocambolesca. Luciano è a Cesenatico, in “trasferta” per rapinare ricchi turisti. Adocchia una bella ragazza, una modella valtellinese, Elsa Candida Pasini, che allora utilizzava il nome d'arte Yvonne Candy. Lutring le ruba le valige, ma poi, dopo averla conosciuta, se ne invaghisce e, per frequentarla, finge di aver ritrovato proprio lui i bagagli smarriti. Dall’amicizia, ben presto si passa all’amore e al matrimonio. 
Come sempre, però, la fortuna non dura a lungo, e quella che ha accompagnato Luciano in quegli anni ha già fatto un superlavoro. E’ il 1965 quando durante una rapina a Parigi, Lutring ingaggia un conflitto a fuoco con la polizia francese, che lo ferisce e lo cattura. L’iniziale condanna inflittagli a 22 anni, viene però scontata a 12.  La galera non basta per deprimere Luciano, che in carcere si inventa scrittore, pittore, artista a tutto tondo, e mantiene anche un contatto epistolare con il presidente della Repubblica Pertini. Sarà forse per queste sue attitudini, e al buon carattere dimostrato in prigione, che il Presidente della Repubblica Francese Georges Pompidou nel 1966 gli darà la grazia. Tornato in patria, però, Luciano dovrà affrontare  un periodo di internamento presso il carcere di Brescia, da dove viene nuovamente graziato nel 1977 dal Presidente italiano Giovanni Leone.
Nel frattempo il matrimonio di Luciano con la Pasini è giunto al capolinea, e lui ha una relazione con Dora Internicola, da cui nascerà il suo unico figlio maschio, Mirko, destinato a morire in un tragico incidente nel 1991. Alla relazione con l’Internicola,  seguirà nel 1985 il matrimonio con Flora D’Amato, che le darà due figlie, le gemelle Natasha e Katiusha, matrimonio che finirà in un divorzio nel 1997. Tornato finalmente libero dal carcere, Luciano si renderà presto conto che il tempo del “delinquente gentiluomo” è finito da tanto, e che la nuova malavita è molto distante da lui. Comincerà così a vivere grazie alla sua pittura e ai suoi scritti, per i quali ha ricevuto molti premi e riconoscimenti.  
Luciano Lutring è morto nell’ospedale Castelli di Verbania dove era ricoverato da tempo il 13 maggio 2013 all’età di 76 anni, assistito fino all’ultimo dall’ex moglie Flora e da una delle figlie.  “E’ rimasto il solito Lutring fino all’ultimo: allegro, ottimista, sorridente. Anche se ormai aveva capito che era agli sgoccioli” è la testimonianza è di Giorgio La Torre, amico dell’ex ‘solista’. 
Una vita tutta sopra alle righe quella di Lutring. Una morte silenziosa, tranquilla, probabilmente in pace.
autore / intelligo
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