Francesco e Frate Mitra: il tempo del perdono

06 agosto 2014 ore 9:41, Americo Mascarucci
Francesco e Frate Mitra: il tempo del perdono
Padre Miguel d’Escoto Brockmann è stato “perdonato“ da papa Francesco e potrà tornare a celebrare l’Eucaristia.
L’ex ministro del governo sandinista del Nicaragua, sospeso a divinis da Giovanni Paolo II per aver aderito alla lotta armata al fianco dei marxisti contro la dittatura militare, e aver poi fatto parte del governo filocomunista di Ortega, aveva chiesto un gesto di misericordia a Francesco. Da tempo infatti padre Miguel ha lasciato la politica attiva anche perché gravemente malato e ha supplicato Bergoglio di concedergli prima di morire la facoltà di poter tornare a celebrare la messa ed essere riammesso al sacerdozio. Dal Vaticano hanno precisato che la decisione di Francesco non ha alcun valore di carattere politico ma va letta unicamente come un gesto di misericordia nei confronti di una persona ormai anziana e malata. Nessuna riabilitazione nei confronti della Teologia della Liberazione di cui padre Brockmann fu un convinto sostenitore, nessuna sconfessione dell’operato di Giovanni Paolo II, nessun riconoscimento verso il governo marxista del Nicaragua. Bergoglio non fu mai favorevole alla Teologia della Liberazione al punto da entrare per questo in contrasto con i suoi superiori della Compagnia di Gesù, con in testa il preposto Pedro Arrupe che invece la sostenne. Bergoglio così come Wojtyla vedeva in quella dottrina germi di verità indiscutibili come ad esempio l’opzione preferenziale per i poveri, ma riteneva sbagliata la strada scelta per conseguire il riscatto degli oppressi e il superamento delle ingiustizie; una strada che, come avvenne ad esempio in Nicaragua, portava dritti alla lotta armata. Giovanni Paolo II inoltre, non considerava il marxismo la via maestra per realizzare il bene comune, né favorire il riscatto dei poveri, avendo conosciuto sulla propria pelle gli orrori del comunismo nell’est europeo, ad iniziare dall’amata Polonia. Non era affatto favorevole alle dittature come si è voluto far credere, ma non poteva in alcun modo consentire commistioni fra il cristianesimo e il marxismo, ancora di più nel momento in cui questo connubio spingeva i cristiani alla guerra, legittimando l’uso delle armi. I sacerdoti come padre Miguel che scelsero di abbracciare il sandinismo fino a diventarne esponenti di punta, agli occhi di Wojtyla rappresentavano di fatto l’emblema di un cristianesimo gravemente infettato dall’ideologia marxista, il simbolo vivente di un’errata interpretazione del Vangelo. Giovanni Paolo II scelse il pugno duro contro questi sacerdoti, non perché appoggiasse i regimi militari, ma perché non poteva accettare la logica di una Chiesa piegata all’ideologia comunista, in nome di principi che solo apparentemente sembravano trovare giustificazione nel Vangelo. C’è da star certi che la decisione di Bergoglio sarà interpretata come l’ennesimo segnale di discontinuità di Francesco nei confronti dei suoi predecessori, nonostante la precisazione vaticana che tende a smentire il carattere politico della decisione. Era proprio opportuno questo gesto di misericordia nei confronti di un prete che, messo di fronte alla necessità di scegliere fra il servizio pastorale e l’impegno politico, scelse convintamente il secondo sfidando i divieti delle gerarchie? Ci si dimentica forse che già Wojtyla, in occasione del Giubileo del 2000, tese a chiarire la posizione della Chiesa nei confronti della Teologia della Liberazione lasciando intendere che ad essere sbagliati non erano i principi ma i metodi. Non erano da condannare le idee ma gli errori commessi. Un gesto quello di Francesco discutibile per molti, ma che nel “perdonare” l’errante non disconosce l’errore, né tantomeno rinnega le giuste ragioni che portarono san Giovanni Paolo II a mostrarsi intransigente verso i preti dal “mitra facile”.  
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