Obama a tutto ‘green’ sul clima, ma non è Francesco

06 agosto 2015, intelligo
Obama a tutto ‘green’ sul clima, ma non è Francesco
di Alessandro Corneli 

Ridotto alla sua dimensioni filosofica, il piano di Barack Obama per ridurre l’innalzamento della temperatura dell’atmosfera è un atto di fede nella razionalità del capitalismo che si manifesta nella sua capacità di correggersi in base a un calcolo utilitaristico: “Se non interveniamo adesso – dice in sostanza il presidente americano – dalla prossima generazione saranno guai seri per tutti”. 

Si tratta di una doppia sfida. Anzitutto all’establishment economico-industriale, cioè alle imprese che fondano la loro forza sul carbone e sull’energia di origine fossile (petrolio e gas naturale); e poi alla democrazia dal basso, quella dei minatori e degli occupati nelle industrie energetiche tradizionali, che già si sono mobilitati, ai quali il Presidente contrappone la logica della scienza (e futuri vantaggi). 

Invece c’è un’apertura alla finanza: per i possessori di capitali, investire in un settore anziché in un altro dipende solo dal profitto che si attendono. Certo, le pale eoliche non valgono le centrali a carbone ma, se tutta l’economia si converte al “verde”, gli affari si moltiplicheranno, in America e altrove. Hillary Clinton è già salita sulla grande onda verde messa in movimento da Obama; i repubblicani potranno fare muro, ma hanno perso l’iniziativa e il loro candidato più forte, Jeb Bush, ha scelto un profilo moderato.

Comune a Obama e Francesco è il rispetto per la ricerca scientifica; l’uno e l’altro sono partiti da una ricognizione dei fatti nella convinzione che la scienza può e deve essere alleata dell’essere umano, non una forza che sfugge dalle sue mani. Obama ha avuto l’accortezza di farsi accompagnare da una battagliera suora ambientalista (ma le suore americane sono in forte polemica con il Vaticano) e di fare riferimento al suo “potente capo”, cioè il Papa. Ma sull’alleanza tra scienza ed economia, le posizioni non coincidono. Soprattutto è diversa l’impostazione filosofica: per papa Francesco, che ne ha parlato subito dopo l’elezione, Dio è il creatore dell’universo e l’uomo è il “custode” della Terra, non il padrone. E se il custode non deve essere meno razionale del capitalista, non deve farlo per uno scopo utilitaristico, bensì per un atto di gratitudine da cui scaturisce un dovere morale che è di tutti verso tutti e travalica le generazioni.

Obama ha messo in campo tutta la potenza del suo paese, rivendicando una leadership che è globale in quanto si innesta su un problema globale, qual è il riscaldamento dell’atmosfera. Ma è lecito chiedersi se dietro questa nuova “mission”, che comunque fa onore agli Usa, si nascondano iniziative più tradizionali di stampo diplomatico-militare, come farebbero pensare l’inasprimento delle sanzioni alla Russia per la vicenda ucraina o la decisione di colpire chi combatte i ribelli siriani anti-Assad, non importa se si tratta delle milizie dell’Isis o delle forze di Assad. 

E poi c’è il sostegno al riarmo, ancora potenziale, del Giappone, in funzione anti-cinese, che può facilitare una corsa al riarmo in Asia. Eppure la Cina è, sebbene dallo scorso novembre, alleata degli Usa nella battaglia sul clima mentre la Russia, oltre ad avere cooperato per l’accordo con l’Iran, è un necessario alleato lotta contro l’Isis. 

Questo groviglio di contraddizioni è non è rassicurante, ma di sicuro la battaglia sul clima è più chiara della battaglia per esportare la democrazia e Obama, a dicembre prossimo, si presenterà al vertice Onu di Parigi sul clima, come leader della Nazione che intende riaffermare la propria leadership globale facendo leva sulla tecnologia e sulle risorse finanziarie di cui gli Usa dispongono più di qualsiasi altro paese. Benché giusta e opportuna, è una battaglia che non deve essere separata dai vantaggi che gli Stati Uniti si propongono di ricavarne su scala mondiale. Di questo, Obama è del tutto consapevole.

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