Adinolfi: "Utero in affitto, diritto alla mercè di lobby: chi deve opporsi. Il buco di Roma sanabile"

06 aprile 2016 ore 13:55, Lucia Bigozzi
“Sentenza ideologica”. Così Mario Adinolfi, direttore del quotidiano La Croce e candidato sindaco di Roma per il Popolo della Famiglia, commenta la Cassazione sul caso della coppia italiana che ha fatto pratica di utero in affitto in Ucraina ed è stata giudicata non perseguibile penalmente. Nella conversazione con Intelligonews affronta anche il nodo del deficit delle casse del Campidoglio. 

Come valuta la sentenza della Cassazione per la quale due coniugi italiani che avevano fatto la pratica dell’utero in affitto in Ucraina non sono perseguibili penalmente?

«Oggi abbiamo aperto La Croce con il titolo “Sentenza vergognosa”, quindi la nostra valutazione è presto fatta: in Italia si dice che affittare un utero è reato, lo si punisce con due anni di carcere e con 1 milione di euro di multa, dunque lo si considera un reato grave; se invece l’utero è ucraino non è più reato: in questo c’è una colossale contraddizione; non è un caso che la prima sentenza del genere sia stata emanata in queste giornate, perché è una sentenza ideologica. Nel novembre 2014 la Cassazione su un caso analogo aveva sentenziato in maniera opposta, quindi evidentemente i giudici della Cassazione seguono l’onda delle mode correnti e questo in termini di certezza del diritto è molto preoccupante»

Come “Circoli La Croce” qual è la vostra risposta e la sua ricetta?

«Il quotidiano La Croce ha deciso di aprire con questa notizia ed è stato l’unico a farlo come segnale di pericolo che stiamo attraversando in maniera molto evidente e lancia un allarme rafforzato dalla mia riflessione nell’editoriale dal titolo “Dobbiamo avere chiaro il quadro” nel senso che non si coglie questa sentenza se non si capisce il quadro in cui avviene e il quadro è il seguente: una forzatura istituzionale gravissima all’interno di una offensiva ideologica portata avanti da una certa magistratura che ha reagito alla decisione del parlamento di stralciare la stepchild adoption con una raffica di sentenze che ribaltano la volontà democraticamente espressa dal parlamento stesso. Evidentemente, dal punto di vista istituzionale, tutto questo è gravissimo. Fino a sei mei fa, sentenze del genere erano semplicemente impensabili. Noi, come Circoli La Croce, Circoli Voglio la Mamma, come riflessione da cittadini, intellettuali, ci poniamo la questione di dover comprendere se il diritto in Italia è oggi alla mercè di qualche lobby che agisce efficacemente sui giornali, perché se il diritto è flessibile rispetto ai condizionamenti mediatici, vuol dire che siamo al degrado della fiducia possibile che i cittadini devono avere nella magistratura»

Secondo lei c’è la necessità di una legge che consideri la pratica dell’utero in affitto un reato universale? E chi potrebbe portarla avanti in parlamento?

«Io mi auguro che coloro che in Senato si sono alzati in piedi nel momento della discussione sulla stepchild adoption per ottenere l’approvazione surrettizia del ddl Cirinnà e dicevano di voler fare mozioni perché l’utero in affitto fosse considerato un reato universale, si alzino in piedi oggi con la stessa veemenza».

Fuori i nomi.

«Faccio nomi e cognomi: comincio da Matteo Renzi e Angelino Alfano autori del maxi-emendamento che oggi ha sostituito di fatto il ddl Cirinnà. Faccio i nomi di Anna Finocchiaro e Luigi Zanda che si erano detti prontissimi a votare una mozione sul reato universale. Faccio i nomi dei 35 cattodem alcuni dei quali avevano proposto addirittura 12 anni di carcere per chi facesse ricorso all’utero in affitto. Se tutto questo non era solo una ‘carnevalata’ per portare a casa l’orrenda legge Cirinnà, oggi si devono fare sentire perché a 40 giorni dal 25 febbraio quando hanno votato quelle norme, noi ci siamo già dovuti subire il caso Vendola, 4 sentenze sulla stepchild adoption e persino incrociata, adesso la meravigliosa idea della Cassazione per la quale se un utero è italiano è reato, se è ucraino no. Dentro queste incongruenze, c’è un Paese che ha paura di discutere veramente del tema fondamentale che è poi lo slogan della Croce: i figli non si pagano»

Parliamo della battaglia per il Comune di Roma. Dall’incontro Salvini-Berlusconi cambieranno le carte in tavola? E rispetto alle buche e ai ‘buchi’ del Comune lei da candidato sindaco cosa intende fare? 

«Il quadro complessivo è in movimento ed è evidente che non arriveranno alla presentazione delle liste con questo quadro politico. Io continuo a dire che una città che ha 13,6 miliardi di buco e che nell’ultima gestione ha prodotto debito per la gestione corrente per 1,2 miliardi, è una città di fatto in default. Per la gestione corrente dovrebbe dare indietro 86 milioni all’anno per 30 anni; si può fare qualcosa? Certo».

Cosa?

«Il patrimonio immobiliare del Comune è valorizzato in cassa 25 milioni di euro, quando il valore di mercato delle sole locazioni ne dovrebbe produrre 300. Se noi partiamo dalla valorizzazione anche del mero patrimonio immobiliare abbiamo 275 milioni che secondo le nostre priorità, possono andare a coprire la rateizzazione del debito e al tempo stesso dare risposte per incentivare la natalità, la formazione di giovani famiglie, perché senza romani non c’è Roma. La nostra ricetta è la valorizzazione del patrimonio della città per il pagamento del disastro compiuto da altre amministrazione di destra e di sinistra che per questo non devono avere la fiducia dei cittadini e la costruzione di una visione di governo della città dell’uomo che metta al centro il bisogno della famiglia, la natalità per restituire a Roma l’unica ricchezza che oggi le manca davvero: i propri figli».
autore / Lucia Bigozzi
Lucia Bigozzi
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