La democrazia, un problema complesso (per alcuni)

06 luglio 2016 ore 13:05, intelligo

di Alessandro Corneli      

Se, a percentuali invertite, avesse vinto Remain anziché Brexit, non solo non ci sarebbe l’attuale inflazione di articoli sul significato di democrazia, che interessano pochi e, al più, sono manifestazione di costume più che di cultura politico-istituzionale, ma soprattutto assisteremmo alla glorificazione della democrazia, alla saggezza e lungimiranza del popolo (britannico in questo caso).Se non vale la pena soffermarsi sull’ipocrisia intellettuale, meritano invece alcune considerazioni collaterali come quelle, ad esempio, sciorinate da Angelo Panebianco sul Corriere della sera. La democrazia diretta, quella che si esprime attraverso i referendum, non è adatta, secondo l’autore, a decidere su “problemi complessi”, come sono i trattati internazionali e, nello specifico, la permanenza del Regno Unito nella Ue, ma solo su questioni limitate, come fu in Italia con il referendum sul divorzio. Il diritto di decidere sulle questioni complesse, che hanno bisogno di competenza, spetterebbe quindi solo ai parlamenti di cui fanno parte i rappresentanti eletti dal popolo. Per eleggere i quali, sostiene Panebianco, non sono richieste, “da parte del cittadino-elettore, particolari competenze o conoscenze. Sono sufficienti – prosegue – il suo giudizio e la sua percezione, giusta o sbagliata che sia, che i governanti in carica meritino una riconferma” o una prova d’appello o siano mandati a casa e sostituiti.

La democrazia, un problema complesso (per alcuni)
Sostenendo questa tesi, Panebianco dimentica che la forza del regime rappresentativo è stata storicamente rappresentata dalle divisioni ideologiche su cui si fondavano e si conservavano i partiti di massa., di centrodestra o di centrosinistra. La crisi e poi la fine delle ideologie, nel corso degli ultimi venti-trent’anni, ha messo in crisi il meccanismo come dimostrano le metamorfosi di alcuni partiti tradizionali, l’affermazione repentina di nuovi partiti e il loro rapido tramonto nonché i mutamenti profondi dei loro messaggi elettorali. Ciò conferma che non si può parlare in modo astratto di istituzioni politiche ma bisogna sempre giudicarle nel loro storico e mutevole contesto.

Panebianco ammette che “il ricorso alla democrazia diretta per fronteggiare problemi complessi segnala spesso un fallimento della democrazia rappresentativa: è l’espediente a cui certi governanti ricorrono quando il sistema rappresentativo non riesce a decidere”. Il punto è centrale, ma non viene approfondito e l’autore si limita a mettere in guardia dal gettare discredito sulla democrazia rappresentativa quando non piace un risultato della democrazia diretta. Giusto, ma per evitare questo errore si dovrebbero analizzare storicamente le performance della democrazia rappresentativa e non sembra a tal fine sufficiente la definizione di “problemi complessi”. Nel caso del Brexit, date la spaccatura del partito conservatore e l’ambiguità di quella laburista, cioè del glorioso parlamento britannico, avrebbe dovuto decidere la City con il sostegno del Financial Times e dell’Economist?

Se, come sopra sostenuto da Panebianco, per eleggere i rappresentanti al cittadino-elettore non è richiesta una particolare competenza, ma bastano “il suo giudizio e la sua percezione”, non sono stati proprio questi due elementi  a mandare a casa il “governo europeo”? Conclusione: la discriminante “problemi complessi” non regge.

  

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