Il Pd cerca il gran timoniere e non lo trova. I nomi della 'discordia' e della 'riconciliazione'

06 maggio 2013 ore 10:23, Lucia Bigozzi
Il Pd cerca il gran timoniere e non lo trova. I nomi della 'discordia' e della 'riconciliazione'
Il gran timoniere non si trova. In campo ci sono timonieri e sponsor di corrente, manca la sintesi e chi la interpreti. A meno di una settimana dall’assemblea nazionale il Pd sta girando a vuoto e le Cassandre profetizzano che possa finire come è finita per l’elezione del capo dello Stato. Meglio evitare per non sparire.
Eppure il rischio è reale: finora la trottola gira su nomi, componenti, equilibri interni. E in queste condizioni, sabato potrebbe accadere il redde rationem che tutti, a parole, dicono di voler scongiurare. Tra mercoledì e giovedì al Nazareno si riuniranno i big per ragionare sui candidati possibili: il tentativo è andare all’assemblea con un nome condiviso, in grado di portare il partito al congresso di ottobre. Quelli in campo sono il dalemiano Gianni Cuperlo (le cui quotazioni stanno salendo), l’ex leader della Cgil Guglielmo Epifani (gradito ai bersaniani) e, un po’ a sorpresa, il capogruppo alla Camera Roberto Speranza, giovane e fedelissimo di Bersani (era nello staff  delle nuove leve, insieme alla Moretti, per la campagna delle primarie). Veltroniani e  bindiani (alias prodiani) stanno cercando un nome alternativo, esercizio nel quale sono impegnati anche i piddini della componente cattolica guidata da Fioroni che non accettano il veto degli ex Ds sulla guida del partito (in sofferenza per il profilo del governo molto ex Ppi). E i renziani? Per ora il sindaco di Firenze non sembra interessato granchè ai movimenti sul traghettatore di turno, anche se non è escluso che i suoi fedelissimi si stiano dando da fare per non restare del tutto fuori, come dimostra l’attivismo di Paolo Gentiloni. In realtà, Renzi guarda al prossimo giro di giostra (elettorale) e a Palazzo Chigi, più che alle sorti di un partito in crisi che a ottobre, come suggerisce il premier Letta, dovrà fare un “congresso fondativo” se vuole continuare ad avere un futuro. Ma non per questo i renziani resteranno con le mani in mano. Sorti alle quali, invece,  sembra interessato Fabrizio Barca che si è portato avanti e in vista del d-day congressuale di ottobre, è già in tour. Guarda caso in Toscana, la roccaforte del rottamatore. Su di lui l’ex ministro del governo Monti non spara le cartucce (per ora) e mantiene un certo aplomb, ma il ‘siluretto’ arriva quando dice che con Renzi non c’è alcun asse, bensì complementarietà. Quanto basta per capire che le armi sono già incrociate. Clima di tensione e di sospetti al Nazareno. Non è un caso – fa notare un parlamentare piddino – se il segretario dimissionario Bersani rompe il silenzio (l’intervista a l’Unità) dopo la debàcle per denunciare “l’irrompere di rivalse, ritorsioni, protagonismi spiccioli” nella vicenda del Quirinale. Nessun mea culpa, piuttosto auspica “una discussione vera per decidere correzioni profonde: o torniamo a essere un collettivo o non siamo utili al paese”. Il Pd ha perso il pelo (la base che accusa il vertice di inciucio) ma non ha perso il vizio, ovvero fuoco di fila incrociato sui media. E’ questa – secondo un deputato dem navigato – la mina vagante più pericolosa; perché “se non superiamo le divisioni nell’assemblea di sabato, potrebbero scaricarsi sul governo di Gianni Letta”. Già alle prese con l’Imu, la Convenzione per le riforme e da ultimo, il dossier sulla cittadinanza agli immigrati nati in Italia. Come inizio, non c’è male.
autore / Lucia Bigozzi
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