Scompare Andreotti, il padre delle Larghe Intese

06 maggio 2013 ore 15:53, Americo Mascarucci
Scompare Andreotti, il padre delle Larghe Intese
Con Giulio Andreotti scompare un altro pezzo d’Italia. Con lui, nel bene o nel male, si identifica il potere democristiano e partitocratico che ha governato ininterrottamente il Paese dal 1945 al 1992. Giovane rampante al fianco di Alcide De Gasperi di cui fu sottosegretario nei governi della ricostruzione, “il divo Giulio” come veniva chiamato a metà fra l’ammirazione ed il disprezzo, era l’espressione massima del centrismo da intendere come straordinaria capacità di barcamenarsi fra destra e sinistra.
Pochi come lui riuscivano a dialogare con i missini e con i comunisti allo stesso tempo, ottenendo ora l’appoggio degli uni, ora degli altri, a seconda delle situazioni e delle convenienze del momento. Cattolico praticante, aveva forti entrature in Vaticano ma nonostante ciò sapeva conciliare la devozione per le gerarchie ecclesiastiche con il rispetto della laicità dello Stato. All’interno della Democrazia Cristiana guidò sempre una corrente di minoranza, molto forte e radicata a Roma e nel Lazio e questo spiega perché fra i suoi numerosi incarichi non rientrò mai quello di segretario nazionale del partito. I suoi voti Andreotti preferiva renderli appetibili, determinando ora la vittoria dei dorotei, ora quella della sinistra e ottenendo sempre in cambio posti di governo. E’ stato uno dei leader più famosi ed apprezzati all’estero. Fu sempre filo atlantista ma non mancò di sostenere Bettino Craxi nel braccio di ferro con gli Stati Uniti nella vicenda di Sigonella. Fu amico del mondo arabo, sostenne più volte apertamente le ragioni dei palestinesi contro gli israeliani e questo spiega anche la scarsa simpatia e la diffidenza della comunità ebraica nei suoi confronti. E’ stato accusato di essere l’ispiratore delle principali trame nere della storia repubblicana in base al celebre motto da lui coniato “bisogna creare il disordine per avere l’ordine”. E così anche dietro alle bombe ed agli attentati degli anni 70, molti videro la lunga manus dei servizi segreti al soldo dei governi democristiani, per fare pressione sull’opinione pubblica ed incrementare il consenso intorno ad una Dc garante dell’ordine e della sicurezza nazionale. Accuse infamanti, ma del tutto irrilevanti rispetto a quelle ben più gravi che sarebbero cadute sulla testa di Andreotti a partire dal 1993. Le accuse di essere uomo di Cosa Nostra e di aver favorito gli interessi della mafia, di aver commissionato l’assassinio del giornalista Mino Pecorelli, hanno macchiato pesantemente l’immagine ed il prestigio dell’uomo simbolo del potere in Italia. Con grande dignità affrontò i processi a suo carico, presenziando ad ogni udienza, ascoltando dal vivo le accuse dei suoi detrattori e difendendosi con un coraggio da leoni. Uscì assolto da ogni accusa ma ormai sfinito nel fisico e nella voglia di combattere. Non riuscì a diventare presidente della Repubblica nel 1992 a causa dei veti incrociati all’interno del CAF, l’alleanza fra Craxi, Andreotti e Forlani. D’accordo con Berlusconi tentò di farsi eleggere presidente del Senato nel 2006 approfittando dell’assenza di una maggioranza stabile, convinto che i suoi vecchi amici democristiani del centro sinistra nel segreto dell’urna l’avrebbero aiutato. Si sbagliò, fu impallinato ed al suo posto fu eletto Franco Marini. Era un uomo di spirito. La sua battuta più famosa “il potere logora chi non ce l’ha” resterà per sempre scolpita negli annali della politica italiana. Dietro la maschera di uomo spiritoso, simpatico, dialogante con tutti, pronto alla battuta, molti hanno sempre intravisto un uomo spregiudicato e disposto a tutto pur di farsi strada. Questo e altro è stato Andreotti, un personaggio a metà strada fra il grande statista e Belzebù altro nomignolo affibbiatogli dai suoi avversari. Con Emilio Colombo era rimasto l’unico testimone vivente di sessant’anni di storia repubblicana e democristiana. Nel bene o nel male ci mancherà.
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