Modello flessibilità americano base del sistema economico: Giannini "istituzionalizza" il precariato

06 maggio 2016 ore 10:52, Lucia Bigozzi
Precario è bello. E’ lo schema dentro il quale il ministro dell’Istruzione Stefania Giannini colloca l’Italia nel tempo di Renzi a Palazzo Chigi e ridisegna la mappa del lavoro e l’identikit dei lavoratori, nuovi e vecchi ma tutti accomunati da una parola chiave: precariato. Il ministro firma l’accordo con la Germania per la cooperazione tra i due Paesi nell’ambito della formazione professionale. Ma il modello di riferimento è quello a stelle e strisce e la Giannini lo dice chiaramente - secondo quanto riportato da Il Giornale - quando osserva che “dobbiamo tendere sempre più verso un modello americano, in cui la flessibilità, che è sinonimo di precariato, è la base di tutto il sistema economico”. E’ il pensiero prevalente nelle stanze di Palazzo Chigi e quello suggerito e supportato dal responsabile economico del Pd, nel pool dei consiglieri economici del premier, Filippo Taddei convinto del fatto che l’esempio “al quale tendiamo sono gli Stati Uniti e dobbiamo sognare gli Stati Uniti d’Europa”. E se l’Italia punta a raggiungere gli standard tedeschi, la chiave per farlo, evidentemente, si chiama flessibilità e dunque lavoro in equilibrio precario. 

Modello flessibilità americano base del sistema economico: Giannini 'istituzionalizza' il precariato
L’obiettivo dell’accordo Italia-Germania, il ministro dell’Istruzione lo declina ricordando l’impegno del governo ad avvicinare il nostro Paese al modello sociale ed economico tedesco, tanto valido al punto che, rilancia la Giannini,
ha consentito alla Germania di uscire a testa alta dalla crisi economica che, invece, ancora tiene al palo diversi Paesi europei specialmente nella fascia mediterranea, Italia compresa. Il modello tedesco si traduce in riforme per liberalizzare il mercato, meccanismi per accelerare l’ingresso nel mondo del lavoro e, appunto, tanta flessibilità.  “Sapere non significa saper fare” spiega il ministro dell’Istruzione secondo cui uno dei principali motivi di lentezza o inadeguatezza del mercato italiano rispetto a quello globale si tradurrebbe in una linea classica, tradizionale, del sistema nazionale. Insomma una linea troppo lenta, troppo “pesante”, non più al passo coi competitor europei. Di qui la svolta, a metà tra modello tedesco e americano. 

“L’Italia deve prendere spunto dalla Germania e colmare la discrepanza che ci divide dai tedeschi. L’accordo odierno è solo l’ultimo passo dopo il Jobs Act e La Buona Scuola per riformare radicalmente il nostro sistema”, ragiona il ministro renziano. Resta da capire in che modo, concretamente, lo schema teutonico possa essere applicato a quello italiano su alcune voci fondamentali, ad esempio la famiglia. Nella nuova società che Merkel e Renzi sognano “non ci sarà più spazio per la famiglia come la intendiamo oggi”, spiega la Giannini. La flessibilità induce le persone a spostarsi individualmente, il modello di famiglia a cui siamo abituati, che rappresenta stabilità e certezze, non esisterà più”. E se questo avrà un impatto diretto sulla vita delle persone, lo avrà ancora di più – pare di capire - sugli indici di natalità già oggi ridotti ai minimi termini. Perché il tanto vagheggiato modello tedesco, al punto specifico, mostra come proprio la Germania, insieme all’Italia, sia tra i primi Paesi con un tasso di crescita demografica pari all’1,2 per cento, ovvero il record negativo a livello mondiale. E’ la stessa ministra tedesca Wanka e spiegare che “in dieci anni la popolazione tedesca si è ridotta del 22per cento. L’unico settore in cui la produttività è diminuita è quello dei figli”. La locomotiva tedesca corre, certo, ma tra qualche tempo rischia di restare vuota, con solo un macchinista ad andare a tutta velocità. 
autore / Lucia Bigozzi
Lucia Bigozzi
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