Riecco il metodo Boffo. Per la Cancellieri (non) è così

06 novembre 2013 ore 10:25, Americo Mascarucci
Riecco il metodo Boffo. Per la Cancellieri (non) è così
Riecco il metodo Boffo. Ad invocarlo, ultima in ordine di tempo, il ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri in riferimento alle inchieste giornalistiche legate al caso Ligresti.
Sgombriamo subito il campo da ogni equivoco; la Cancellieri non ha commesso alcun illecito e ha fatto benissimo ad intervenire in favore di una detenuta in precarie condizioni di salute. Premesso ciò, il metodo Boffo anche stavolta è stato tirato fuori a sproposito come già avvenuto ad opera dei ministri del Pdl, messi sotto accusa da Il Giornale nelle settimane scorse per essersi ribellati ai diktat berlusconiani. La vicenda dell’ex direttore di Avvenire, oggi alla guida della televisione della Cei, è diventata l’emblema di un metodo di fare giornalismo impostato sui dossier falsi, costruiti ad arte per distruggere le persone. Vera la notizia del decreto penale di condanna a carico di Boffo per molestie telefoniche (in realtà il giornalista si assunse la responsabilità per proteggere l’autore del reato, un ragazzo difficile e con problemi di tossicodipendenza), ma totalmente falsa la presunta informativa della Polizia secondo la quale veniva definito “noto omosessuale attenzionato”. Vittorio Feltri, all’epoca direttore del quotidiano di Via Negri, si è sempre difeso sostenendo di non aver verificato la fondatezza del documento giunto in suo possesso, perché consegnatogli da una fonte più che attendibile e della quale non si poteva dubitare. La fonte ormai è nota a tutti, visto che l’affair Boffo occupa gran parte del carteggio relativo al caso Vatileaks. Ma è legittimo invocare il metodo Boffo da parte di chiunque si trovi al centro di particolari attenzioni giornalistiche? La vicenda dell’ex direttore è unica e difficilmente paragonabile ai casi che hanno riguardato altri personaggi. Unico non tanto nei fatti, quanto per la dignità con cui il diretto interessato l’ha affrontata. Avendo compreso perfettamente di essere rimasto vittima di meschini giochi di poteri interni alla Curia romana, per non arrecare danno alla Chiesa, Boffo sopportò praticamente in silenzio la valanga di sospetti ed insinuazioni che lo hanno portato a dimettersi dalla direzione del quotidiano della Cei; rinunciò persino a querelare lo stesso Feltri pur di non far venire alla luce i veri mandanti del suo massacro a mezzo stampa. Trattò la questione in maniera del tutto riservata, avendo come unici interlocutori il Santo Padre ed il presidente della Cei Angelo Bagnasco. Non mancò chi, come Marco Travaglio, di fronte alla reticenza di Boffo a parlare pubblicamente della sua vicenda, ipotizzò che il direttore avesse effettivamente qualcosa da nascondere. Lo stesso sospetto lo avanzò Repubblica che inviò a Boffo reiterate richieste d’intervista puntualmente rifiutate. Nelle missive giunte sulla scrivania di Benedetto XVI e di Bagnasco si evince anche lo stato di sofferenza provocato dai sospetti e dalle insinuazioni avanzate sui suoi silenzi. Un silenzio motivato soltanto dal suo essere cattolico e dalla consapevolezza che, parlare in pubblico della sua situazione, avrebbe significato danneggiare la Chiesa e inevitabilmente anche il Papa visto che al centro di tutto, tanto per cambiare, c’era la segreteria di stato guidata da Tarcisio Bertone. Se le lettere non fossero state rese pubbliche dall’inchiesta di Gian Luigi Nuzzi, probabilmente l’ombra del sospetto avrebbe continuato ad avvolgere la credibilità di Dino Boffo che ha visto ripagata la sua riservatezza con la nomina alla direzione di TV2000. Invece, nonostante lo stesso Boffo abbia più volte pregato Nuzzi di non rendere pubblico il suo carteggio con l’assistente personale di Ratzinger e con Bagnasco contenente le accuse nei confronti dei mandanti del killeraggio ai suoi danni, dalla pubblicazione di quelle lettere è emersa tutta la serietà e la correttezza dell’uomo di fede, del cattolico straordinariamente devoto alla Chiesa e alle sue gerarchie. Ecco perché questo continuo paragonarsi a Boffo è del tutto fuori luogo, specie di fronte a vicende vere che, indipendentemente dalle strumentalizzazioni che la stampa ne fa, rientrano a pieno titolo nel diritto di cronaca e di critica che ogni giornalista dovrebbe essere lasciato libero di esercitare.
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