La maledizione del 3 nei destini di Mussolini e Berlusconi sul crinale tra l’8 e il 9 settembre

06 settembre 2013 ore 11:30, Americo Mascarucci
La maledizione del 3 nei destini di Mussolini e Berlusconi sul crinale tra l’8 e il 9 settembre
Qualche settimana fa, nei giorni successivi alla condanna definitiva di Silvio Berlusconi da parte della suprema Corte di Cassazione per frode fiscale, sui social network è circolata una vignetta satirica: c’era raffigurato l’ex premier di fronte ad un’ambulanza, mentre un carabiniere apriva lo sportello esclamando: “Prego Cavaliere!!!”.
Naturalmente il paragone era con l’altro celebre cavaliere della storia italiana, Benito Mussolini, arrestato e caricato su un’ambulanza all’uscita da un colloquio con il sovrano Vittorio Emanuele III che, preso atto del voto di sfiducia al Duce da parte del Gran Consiglio del Fascismo il 25 luglio 1943 (il famigerato ordine del giorno Grandi) ne accettava di fatto le dimissioni. Sembra strano, ma di analogie fra Mussolini e Berlusconi se ne vedono sempre di più. Tralasciando il dato scontato che l’uno fosse un dittatore, il secondo un leader democratico, si ha come la sensazione che, per certi versi, la storia si ripeta simile a se stessa seppur in contesti diversi . La maledizione del terzo anno ci sta tutta, 1943 per Mussolini, 2013 per Berlusconi. Il Duce era fiaccato dalle sconfitte del conflitto bellico, Berlusconi dalla guerra ventennale contro l’ordine giudiziario. Mussolini riponeva fiducia cieca in un re che credeva di tenere sotto controllo, ignorando o forse sottovalutando, le trame già in corso da mesi con gli anglo-americani e i dissidenti del regime; Berlusconi si è speso per la rielezione di Giorgio Napolitano al Quirinale, convinto di avere un prezioso alleato in virtù del suo ruolo di presidente del Consiglio Superiore della Magistratura ed oggi non vuole arrendersi all’idea che possa fare poco o nulla per evitargli l’arresto. Anche oggi, come allora, si aggirano “falchi” e “colombe” a suggerire al grande capo di usare le maniere forti da una parte, di agire con prudenza dall’altra, gli uni armati contro gli altri senza esclusione di colpi (alti e bassi). Mussolini fu caricato sull’ambulanza e condotto sul Gran Sasso; Berlusconi sta contando i giorni che lo separano dall’esecuzione della sentenza, in carcere o ai domiciliari, con un occhio attento sul 9 settembre prossimo, giorno in cui al Senato si riunirà la commissione competente per esprimersi sulla sua decadenza da parlamentare. In mezzo c’è quell’altra data fatidica, l’8 settembre. Nel 1943, alla notizia dell’armistizio, gli italiani scesero esultanti nelle piazze convinti che la guerra fosse finita ed i soldati al fronte avrebbero fatto presto ritorno a casa. Nessuno immaginava che quella data avrebbe, al contrario, rappresentato l’inizio di un biennio terribile, con l’esplodere di quella che la maggioranza degli storici, compresi quelli più tenacemente antifascisti, considerano una guerra civile. E allora, rileggendo la storia c’è da augurarsi che le analogie finiscano qui perché, una nuova guerra civile (in questo caso tutta politica), non farebbe che nuocere gravemente alla salute dell’Italia. Nel 1943 c’era la guerra che uccideva con le bombe, oggi c’è la crisi economica che ammazza con lo spread. E, altra curiosa analogia, c’è sempre sulla sfondo la Germania a determinare i destini dell’Europa.
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