E’ la disoccupazione, bellezza

07 agosto 2015, intelligo

di Alessandro Corneli

E’ la disoccupazione, bellezza
Europa e Stati Uniti, negli ultimi sette anni, hanno immesso nel sistema finanziario circa 13mila miliardi di dollari per evitare il crollo delle rispettive economie ma una ripresa certa e diffusa non c’è ancora. Né gli Usa né la Germania, che pur vantano i migliori dati in termini di Pil e di occupazione, possono ritenersi al sicuro se il mondo circostante è afflitto da una disoccupazione media al disopra del 10%, che significa una sola cosa: le imprese non aumentano le assunzioni e si limitano, nel migliore dei  casi, alle sostituzioni.


Alcuni economisti affermano che le banche sono riluttanti a concedere credito alle imprese e alle iniziative imprenditoriali nuove. In base all’esperienza, e al valore complessivo dei crediti in sofferenza (o definitivamente inesigibili), forse le banche non hanno torto ad essere prudenti, ma se presentano bilanci confortanti viene il sospetto che diano più facilmente denaro a operazioni speculative che non ad attività imprenditoriali.


Il discorso può essere rovesciato. Ci sono davvero tutti questi imprenditori, stagionati o in erba, che chiedono soldi per rilanciare o avviare un’impresa? L’obiettivo di un’impresa, a parte il profitto, è uno solo: vendere i propri prodotti, non accumularli in magazzino. Un imprenditore amplia o rinnova gli impianti e assume personale se è convinto che venderà una maggiore quantità di prodotti. Se prende soldi in prestito e poi non vende, le sue difficoltà aumentano. Probabilmente è proprio questa prospettiva alla base della difficoltà di far scendere la disoccupazione con la conseguenza che si allarga l’area della povertà o quasi-povertà che si riflette in una contrazione di consumi a valle e di produzione a monte. Non solo: mentre alcune imprese si lanciano nella qualità e nell’innovazione, la maggior parte, specie se piccole, con meno di dieci dipendenti, e che sono la maggioranza, non hanno le stesse opportunità e devono resistere nei loro mercati ristretti che pure sono fondamentali dal punto di vista dell’occupazione.


Se di questo si tratta, allora bisogna affrontare un problema più grosso, che gli economisti tendono a evitare. Si tratta di capire se questo “zoccolo duro” della disoccupazione che affligge gran parte dei paesi di più antica tradizione industriale dipende da una rivoluzione in atto nella divisione internazionale del lavoro di cui questi stessi paesi hanno beneficiato per circa un secolo e ora non più. La posizione liberista sul commercio internazionale è nota: rimozione di tutte le barriere artificiali al movimento delle merci, dei capitali, delle persone e dei servizi. Solo a questa condizione si sviluppa una spontanea divisione internazionale del lavoro per cui ogni paese – ovvero ogni sistema economico nazionale – si specializza nelle produzioni per le quali è meglio attrezzato dalla natura e dalle proprie caratteristiche storiche.


La globalizzazione, apparsa come una restaurazione della visione liberista dominante fino allo scoppio della prima guerra mondiale, ha senza dubbio favorito il libero movimento dei capitali e l’aumento degli scambi commerciali. Ma, combinata con la finanziarizzazione dell’economia, ha stravolto il principio della divisione internazionale del lavoro perché i capitali, sciolti dai limiti e dai controlli statali, sono affluiti là dove, ad esempio in Cina, ma solo fino a qualche anno fa poiché le condizioni sono mutate, potevano sviluppare produzioni altamente remunerative a causa, soprattutto, di un solo fattore: il basso costo del lavoro che, riflettendosi sui prezzi, sbaragliava la concorrenza. La Cina, e sulla sua scia altri Paesi, ne hanno approfittato, producendo di tutto, incuranti della divisione internazionale del lavoro a causa di forti disponibilità di capitali, si rapidità di trasferimento di tecnologie e modalità di produzione e di commercializzazione. In ciò facilitati, anche, dal fenomeno della delocalizzazione – di cui molti si ravvedono – che ha inciso sulla riduzione dell’occupazione su base nazionale.


Così molti sistemi economici “nazionali” e maturi sono finiti al di sotto della piena utilizzazione delle proprie capacità produttive con il risultato di un basso tasso di sviluppo e, invece, un tasso di disoccupazione medio o alto. Ciò vale soprattutto per l’Europa e, in parte, anche per gli Stati Uniti, dove quel 5,5% di disoccupazione è ritenuto poco realistico poiché si combina, tra l’altro, con circa dieci milioni di immigrati irregolari.


Nei nostri paesi di antica industrializzazione non bastano i prodotti di qualità e le aziende di nicchia iper-specializzate a salvare l’occupazione o a rilanciarla, nemmeno comprimendo i salari. Mentre le grandi aziende, che spesso tendono a concentrarsi, possono restare competitive, per le medie e le piccole che sostengono il grosso dell’occupazione il futuro è preoccupante. Se si entra in un magazzino dove si vendono prodotti per ferramenta, elettrici e casalinghi, si resta stupefatti da quanti di essi vengono da Paesi lontani che, con il prezzo, hanno messo fuori gioco tante piccole e medie imprese che avevano un proprio mercato e “tenevano” l’occupazione. Spesso mancano i prodotti equivalenti di migliore qualità perché il prezzo la fa da padrone ed è remunerativo per il dettagliante mentre la sovranità del consumatore scompare per mancanza di alternative.


Prendiamo il caso degli Stati Uniti, il paese complessivamente più avanzato, che ha riconquistato la prima posizione come produttore di petrolio e gas, detronizzando Russia e Arabia Saudita. È vero che ci sono ragioni politiche poiché Washington vuole sfidare la Russia in Europa e l’Arabia Saudita in Medio Oriente. Ma che specie di divisione internazionale del lavoro è questa in cui la superpotenza compete per le esportazioni di materie prime come un paese sottosviluppato? Se il Ttip va in porto, gli Usa invaderanno i mercati con i loro prodotti alimentari trasformati dalle loro fabbriche gigantesche e distribuiti dalle loro capillari catene commerciali. La pubblicità è già partita in grande stile come può vedere sul Canale 56 del digitale terrestre chi segue la trasmissione “Come è fatto il cibo”. Né si potrà contrapporre un vino o un formaggio “europeo” poiché i vini e i formaggi rimarranno italiani e francesi.


Di sicuro nessuno vuole rialzare barriere commerciali ed è altrettanto certo che produzioni di qualità continueranno ad avere mercato, ma il grosso dell’occupazione, nei nostri Paesi, è appannaggio delle medie e piccole imprese che lavorano a medio livello tecnologico, non hanno bisogno di (né possono) praticare una innovazione spasmodica e sono sparse sul territorio. Salvo cataclismi di tipo bellico, la globalizzazione non si può disinventare, ma non si può intanto lasciarla sconvolgere una divisione internazionale del lavoro che garantisce la stabilità sociale e politica dei nostri Paesi.

 


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