Ungheria conferma Orban, il sovranista magiaro che spaventa l’Ue

07 aprile 2014, intelligo
Ungheria conferma Orban, il sovranista magiaro che spaventa l’Ue
di Gianfranco Librandi Un trionfo, non si può chiamare il altro modo la vittoria alle elezioni legislative ungheresi di Fidesz, il partito nazionalista del premier uscente e uomo forte del Paese Viktor Orban. Raccogliere circa il 46% di consensi dopo quattro anni di governo trascorsi in piena crisi economica internazionale è oltre ogni possibile aspettativa dei leader politici dell’Europa occidentale. Grazie alla nuova legge elettorale, significa, ancora una volta, una maggioranza di due terzi nel Parlamento: 133 o 134 seggi su un totale di 199. Il dato emerso ieri dalle urne appare ancora più impressionante se si considera il distacco di oltre 20 punti dagli avversari di Alleanza democratica, il cartello di cinque partiti di centro sinistra guidato dai socialisti, che ha ottenuto solo il 25% dei consensi. Analisi a parte meriterebbe poi il risultato dell'estrema destra apertamente antieuropeista del partito Jobbik (I migliori), con oltre il 20% dei voti. E commentando gli esiti delle elezioni è proprio a Jobbik che si è rivolto il premier ungherese Orban: “Gli stessi ungheresi hanno detto no all’uscita dall’Unione Europea, hanno detto chiaramente che l’Ungheria ha il suo posto nell’Ue ma soltanto a patto di avere un forte governo nazionale”. Dunque lo spaccato che emerge dal voto della popolazione magiara è quello di un’Ungheria che riafferma il suo ruolo nel contesto comunitario e che allo stesso tempo manda un monito a chi vuole imporre un processo di integrazione europeo ineluttabile e non negoziabile ai danni di tutte le sovranità nazionali. La carta vincente di Orban, 50 anni, capo carismatico accusato di autoritarismo dagli avversari che lo demonizzano, è infatti un protezionismo che ha favorito la sovranità nazionale rispetto al processo di integrazione con L’Ue, con la quale non sono mancati forti contrasti. Sovranità monetaria, statalizzazione della Banca Centrale, politiche agricole (contrasto alla vendita di terreni alle multinazionali straniere) e prestiti alle imprese sono alla base della crescita magiara che, secondo molti commentatori occidentali, si sarebbe rivelata un bluff. Eppure, negli anni più neri della crisi internazionale, il governo di Budapest ha rifiutato un prestito del Fondo monetario internazionale che la Bce voleva imporgli a tutti i costi e, nel 2013, ha riconsegnato i 20 miliardi di euro, avuti nel 2008, con un anno di anticipo. Ora, la presenza del Fmi “non è più utile all’economia ungherese” ha dichiarato la scorsa estate il presidente della Banca centrale magiara. Il tutto mantenendo una crescita del Pil costante, abbassando il livello della disoccupazione, rafforzando politiche sociali e stipendi dei lavoratori e garantendo un sviluppo complessivo che, nell’ultimo lustro, pochi altri Paesi europei hanno potuto vantare. Gli attacchi stranieri all’esecutivo Orban per la gestione economica del Paese dimostravano dunque un certa debolezza; quindi Usa, Ue, media occidentali e opposizione interna hanno iniziato a prendere di mira le riforme istituzionali varate in questi anni che danno più poteri al governo centrale e limitano il controllo della Corte Costituzionale sulle leggi varate dall’esecutivo. Il fantasma di un autoritarismo illiberale e fascista è stato agitato strumentalmente ad ogni strappo di Orban in tema di politiche monetarie, comunitarie ed economiche. Non ultimo, in campo energetico, ha sollevato un nuovo polverone di polemiche l’accordo siglato a febbraio con la Russia sulla cooperazione nel settore strategico dell’energia nucleare. Ieri però i cittadini magiari hanno dato ragione al Fidesz e riconfermato la fiducia al premier Orban. E, dopo una settimana dall’affermazione della Le Pen in Francia e a poco più di un mese dalle elezioni europee, hanno riaffermato che c’è un modo diverso di stare in Europa.
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