Obama spacca l'Iran in due. Ecco perché

07 aprile 2015, intelligo
di Alessandro Corneli 

Iran: Non basta la parola. Il maggiore successo di Obama per la “Dichiarazione comune” tra Iran e Stati Uniti è arrivato dalle manifestazioni popolari di giubilo che, soprattutto a Teheran, hanno accolto la notizia che le due parti hanno
Obama spacca l'Iran in due. Ecco perché
convenuto di firmare l’accordo definitivo entro la fine di giugno. Infatti queste manifestazioni sono state un modo per segnalare al regime degli ayatollah che la classe media iraniana non ne vuole più sapere delle sanzioni che bloccano da decenni le potenzialità di sviluppo del Paese. 

Quindi Obama ha spaccato la classe dirigente iraniana: da una parte il presidente eletto Hassan Rouhani, favorevole all’accordo, dall’altra l’ayatollah Alì Khameney, la Guida suprema, punto di riferimento dei militari e dei pasdaran custodi del messaggio teocratico di Komeini che temono di perdere il controllo del potere. Per dare una mano a Rouhani, Obama ha confermato, in un’intervista al New York Times, che il riconoscimento di Israele, da parte dell’Iran, non fa parte della bozza di accordo, ma gli Stati Uniti manterranno la promessa di difendere il loro alleato: “Saremo sempre al vostro fianco in caso di attacco”, ha detto a Benjamin Netanyahu. 

Ma il premier israeliano non vuole rinunziare alla libertà d’azione e non accetta che l’aiuto americano possa avvenire a cose fatte, cioè dopo avere subito un attacco. Al momento, il grande perdente del pre-accordo, poiché alla sua definizione mancano quasi tre mesi, è l’Arabia Saudita, sbalzata dal ruolo di principale alleato degli Stati Uniti in Medio Oriente. In fondo, se l’Iran fosse riuscito a dotarsi di armi nucleari, i sauditi avrebbero avuto la giustificazione sufficiente per fare altrettanto. 

Sotto questo aspetto, l’affermazione di Obama che ora il mondo “è più sicuro” non è del tutto infondata. Ma perché lo slogan si concretizzi c’è bisogno della cooperazione della Russia, vicina all’Iran e alla Siria. Ciò comporta che Washington abbassi i toni sull’Ucraina, ciò che pare stia avvenendo, anche perché la strategia antirussa fondata sullo shale gas&oil perde colpi: dalla Polonia, terra promessa per l’estrazione di gas e petrolio dalle rocce, le grandi compagnie energetiche si stanno ritirando, deluse dopo le prime prospezioni. Mentre Israele non ha perduto tempo ed è entrato nella molto cinese Asian Infrastructure Investment Bank (Aiib), dopo Regno Unito, Germania, Francia e Italia. Se è vero che l’ìntesa di principio con l’Iran spacca il fronte interno iraniano, e al momento non si possono prevedere gli sviluppi, è altrettanto vero che essa accentua il contrasto tra Obama e il Congresso a maggioranza repubblicana che ha un orizzonte preciso: le presidenziali del 2016 e la riconquista della Casa Bianca. 

Tanto è vero che Hillary Clinton ha approvato con riserve la performance di Obama. Repubblicani e democratici, come è noto, si contendono il voto della lobby ebraica, ma questa bora deve districarsi tra altre lobby sempre molto potenti: la saudita e l’iraniana in prima fila, ma anche l’egiziana e la siriana in seconda fila. Panorama sufficiente a spiegare l’alternanza tra inerzia e accelerazioni della politica estera di Obama anche se, alla fine, il risultato delle elezioni presidenziali, alle quali ormai tutti guardano, dipenderà dallo stato di salute dell’economia, che negli ultimi mesi ha mostrato segni di rallentamento con un aumento dei posti di lavoro di appena 100 mila unità, contro una media mensile doppia degli ultimi tempi. E se l’economia non va, gli elettori cambiano orientamento.
autore / intelligo
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