Diaz, perché italiani non possono accettare la condanna di Strasburgo

07 aprile 2015, Americo Mascarucci
Diaz, perché italiani non possono accettare la condanna di Strasburgo
E adesso ci mancava pure l’epiteto di “torturatori”. Eh sì, abbiamo finalmente saputo che in Italia si pratica la tortura e che il nostro Paese non ha una legislazione adeguata a punire questo tipo di reato. 

Lo ha stabilito la Corte Europea dei diritti umani in relazione ai fatti avvenuti a Genova presso la Scuola “Diaz” il 21 luglio del 2001 in occasione del G8. Il riferimento è all’irruzione delle forze di polizia all’interno dell’immobile dove erano accampati i no global, fatti avvenuti nella notte successiva alla morte di Carlo Giuliani. La vicenda aveva già avuto un risvolto giudiziario con la condanna in via definitiva dei poliziotti, funzionari e agenti, responsabili a vario titolo dei “pestaggi” compiuti all’interno della scuola. 

Sentenza che ovviamente va rispettata ma che tuttavia non ha mancato di lasciare l’amaro in bocca, non soltanto a quanti operano nel comparto della sicurezza, ma anche in tanti cittadini che ricordano bene quanto avvenuto a Genova quell’estate di quattordici anni fa. Una città letteralmente messa a ferro e fuoco dai manifestanti, con le forze dell’ordine costrette a difendersi dalle aggressioni di una guerriglia armata fino ai denti, pronta a non fare sconti agli uomini in divisa. Un pomeriggio di terrore culminato con l’uccisione di Carlo Giuliani ad opera di un carabiniere. La tensione era ovvio si tagliava con il coltello. 

I poliziotti hanno sbagliato ad usare il pugno duro nell’irruzione alla Diaz? Avrebbero dovuto mantenere la calma? Sì, hanno sbagliato secondo la magistratura italiana che in seguito ad un regolare iter processuale ha accertato i reati e punito i poliziotti colpevoli.
 
Giusto punirli? Se hanno sbagliato sì, anche se per i fatti del G8 è apparsa evidente una certa disparità di trattamento nei confronti dei reati compiuti; pene lievi per i devastatori, pene più severe per le forze dell’ordine che stavano lì a garantire la sicurezza. Sensazione sbagliata? Può darsi e se è così ne prendiamo atto. Premesso ciò si può parlare di tortura? Si può accettare una sentenza come quella giunta dall’Europa che arriva addirittura a condannare l’Italia accusandola di non perseguire il reato di tortura? Come se la tortura fosse una pratica diffusa in questo Paese? Ma stiamo scherzando? 

Ma davvero gli italiani possono accettare di passare per “torturatori” quando esistono paesi al mondo, vedi l’Arabia Saudita o altri stati islamici, dove la tortura è legalizzata e praticata pressoché ogni giorno senza che nessuno alzi la voce per non compromettere i vantaggiosi contratti petroliferi in essere con gli emirati arabi? 

Si fossero limitati i giudici europei a condannare l’aggressione ai manifestanti come già fatto dalla magistratura italiana ci si poteva anche stare, ma che addirittura ci impongano pure di inserire misure contro la tortura in un Paese come l’Italia dove le garanzie costituzionali sono rispettate anche più del dovuto, non è forse eccessivo? 

In un Paese in cui, tanto per non fare polemica, i delinquenti che ammazzano le persone per rapina o magari violentano le donne per strada, si scopre che erano stati già arrestati per analoghi reati e rimessi subito in libertà come se avessero rubato una mela al mercato? 

E delle donne uccise dai mariti o dai compagni che magari avevano già denunciato senza successo? Pretendiamo sicurezza nelle nostre città, ci lamentiamo se le forze dell’ordine non proteggono adeguatamente i cittadini e poi arrivano sentenze come questa che di fatto gettano discredito e infangano il lavoro degli uomini in divisa. 

Ci sono poliziotti che sbagliano, sicuramente, e quando vengono scoperti pagano come tutti, perché la giustizia italiana non fa sconti a nessuno; ma se le parole hanno un significato allora è il caso di utilizzarle con molta parsimonia. Perché il termine “torturatore” fu pure affibbiato a sproposito in passato per un commissario di polizia ammazzato come un cane dopo aver subito un indegno linciaggio giornalistico. Un commissario oggi riconosciuto come eroe anche da chi firmava appelli per la sua destituzione.

Ecco perché anche i termini spesso possono fare più male delle armi. 

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