Un gesuita ad ispirare Papa Francesco...

07 gennaio 2014 ore 10:18, Americo Mascarucci
Un gesuita ad ispirare Papa Francesco...
“Il Vangelo si annuncia con dolcezza, non con le bastonature inquisitorie”. Intorno a questa frase di papa Francesco,
pronunciata durante l’incontro con i confratelli gesuiti presso la storica Chiesa del Gesù per celebrare la canonizzazione di Pietro Favre, compagno di Ignazio di Loyola e primo gesuita ad essere ordinato sacerdote, inevitabilmente si sono  scatenate le solite strumentalizzazioni. Francesco non ha dimenticato le sue origini, e pur avendo scelto il nome di San Francesco d’Assisi mostrando un’ideale continuità con l’ordine francescano, resta saldamente ancorato a quella Compagnia di Gesù nella quale si è formato e ha sviluppato la sua attività religiosa. Qualcuno potrebbe obiettare: “Francesco non ha detto nulla di nuovo, da quando è iniziato il pontificato non ha fatto altro che parlare di misericordia e perdono, quindi?”. In realtà, va analizzato il contesto in cui la frase è stata pronunciata, cioè nella commemorazione di un illustre gesuita, già beatificato da Pio IX e che Bergoglio ha voluto canonizzare. I gesuiti sono stati sempre, spesso ingiustamente, raffigurati dalla storia come inquisitori, oscurantisti e privi di scrupoli. La figura di Pietro Favre, come ha ricordato il Papa, è la dimostrazione più evidente di un Vangelo annunciato con dolcezza, perché proprio questa era la qualità fondamentale del santo. E tutti, gesuiti e non, sono chiamati ad annunciare il Vangelo praticando la dolcezza, non la severità. La severità, unita ad un’eccessiva rigidità dottrinale, è stata una caratteristica a lungo attribuita ai membri della Compagnia di Gesù. Ma se ciò è avvenuto, non è stato perché questa era la natura dell’ordine, o perché così hanno voluto i suoi fondatori, ma perché determinate situazioni storiche hanno indotto la Compagnia a compiere certe scelte. Discutibili certo, criticabili in alcuni casi, ma che non possono essere estrapolate o considerate estranee ai contesti storici di riferimento. I gesuiti, non va dimenticato, sono stati in Europa un prezioso baluardo nel contrasto alle idee illuministiche che, esaltando il primato della ragione, negavano alla radice l’esistenza di Dio; e in più hanno fatto da argine al predominio della massoneria nelle scuole e nelle università, tentando con i loro istituiti presenti in tutto il mondo di offrire ed affermare un sistema educativo alternativo, fondato sul Vangelo. Certo, sono stati i più acerrimi nemici dell’Unità d’Italia e i più strenui sostenitori del potere temporale del Papa, così come ai tempi di Pio XII hanno combattuto con toni da crociata l’avvento del comunismo in Italia  (vedi padre Riccardo Lombardi soprannominato “il microfono di Dio” per la foga utilizzata nei comizi). Situazioni storiche che hanno inevitabilmente richiesto un impegno schietto, forte, chiaro, anche duro dei gesuiti  in difesa della Chiesa e della fede cattolica dai tanti pericoli che incombevano su di essa. Ma Bergoglio, commemorando Favre, ha voluto testimoniare come il suo pontificato, che tanto consenso sta riscuotendo nel mondo grazie a quel primato della misericordia, del perdono e dell’amore da lui costantemente rivendicato, sia perfettamente coerente con il suo essere gesuita. Francesco ha voluto in sostanza ribadire di non essere “un gesuita sui generis” ma un autentico figlio di Ignazio di Loyola e di Pietro Favre. Ora c’è solo da sperare che le ultime dichiarazioni del Papa non servano da pretesto ad Eugenio Scalfari per impartire l’ennesima omelia laica sul significato dell’essere cristiani.  
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