Effetto inverno: aria rarefatta e anche viziata, quanto fa male a lavoro

07 gennaio 2016 ore 9:53, Americo Mascarucci
Alla fine cambiando l’ordine degli addendi il risultato non cambia. 
Così, fra aria viziata e condizionatori perennemente accesi ecco che si sta sempre al punto di partenza; i lavoratori, in un caso e nell’altro renderebbero meno in termini di produttività. 
Nelle ultime ore uno studio pubblicato sulla rivista "Environmental Health Perspectives" ha mostrato come l'assenza di riciclo d'aria all'interno degli uffici influisca pesantemente sulla qualità dell'attività lavorativa, andando ad abbassare il rendimento degli impiegati.
La ricerca ha analizzato la qualità delle prestazioni lavorative di un campione statistico pari a 24 impiegati, ai quali veniva richiesto di svolgere le comuni mansioni di ufficio in presenza di condizioni aeree mutevoli e segnate da maggiori concentrazioni di ossigeno oppure dalla presenza di quel coefficiente di anidride carbonica tipico delle stanze chiuse e degli ambienti malamente ventilati.
Dal breve test è emerso che, al calare dei livelli di ossigeno, scendeva anche il rendimento dei lavoratori secondo uno schema che poneva l'aria viziata come causa diretta del peggioramento sul lavoro a l'assenza di ventilazione di errori e ritardi in grado di influire sulla soglia di rendimento con picchi statistici pari al 50%.

Effetto inverno: aria rarefatta e anche viziata, quanto fa male a lavoro
Che fare dunque? Garantire il ricircolo dell’aria apparirebbe la soluzione più idonea. 
Tuttavia la scorsa estate un altro studio intitolato "Study links warm offices to fewer typing errors and higher productivity" e realizzato dalla Cornell University rendeva noto che il freddo eccessivo, così come il caldo, rallentavano i riflessi degli impiegati al punto da ridurre sensibilmente la loro produttività. La ricerca era stata condotta su 9 postazioni di lavoro di una compagnia assicurativa della Florida per 16 giorni lavorativi analizzando il comportamento dei dipendenti ai quali è stato richiesto di lavorare sia a 20 che a 25 gradi di temperatura interna. Alla fine la ricerca evidenziava come, tenere accesi i condizionatori sia l’estate per rinfrescare gli ambienti, che l’inverno per riscaldarli, influiva negativamente sull’efficienza degli impiegati. 
Alla fine insomma, o a causa dell’ara viziata o dei condizionatori sempre accessi, il risultato è sempre lo stesso. Si lavora di meno, controvoglia e con fatica. Ma non sarà che l’aria c’entra relativamente e che alla fine, come dice il proverbio, alla voglia di lavorare che salta addosso fa da controaltare il desiderio di non lasciarsi abbandonare troppo dalla pigrizia?

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