L’America di Obama vuole ricucire con l’Islam e "usa" Muhammad Alì

07 giugno 2016 ore 10:37, intelligo
di Alessandro Corneli 

Era nato come Classius Marcellus Clay Jr e nel 1960, a Roma, aveva vinto il titolo olimpico. Ma nel 1964, dopo essersi convertito all’Islam, cambiò il suo nome in Muhammad Alì  e divenne un simbolo per il movimento a favore del riconoscimento dei diritti civili dei neri negli Stati Uniti, sfidando più volte il governo. Poiché questo straordinario pugile sferrò numerosi “diretti” nel campo della politica, avendo ben compreso come questa si nutre di parole, di immagini, di gesti e, in fondo, di spettacolo, adesso la politica si appropria della sua storia, della sua immagine: vorremmo credere per senso di rispetto verso lo sport, e in particolare il pugilato, l’antica “nobile arte” anch’essa finita nel tritatutto del denaro, dello spettacolo, delle combine; ma non possiamo crederlo del tutto perché negli Stati Uniti – e non solo – la campagna elettorale si è incattivita e ogni mezzo è buono per catturare consensi.

L’America di Obama vuole ricucire con l’Islam e 'usa' Muhammad Alì
Ai funerali che si svolgeranno venerdì prossimo a Louisville, l’elogio funebre sarà pronunziato da Bill Clinton, che in tal modo cercherà di ricompattare l’elettorato nero  intorno a Hillary.
Non è stato ancora confermato, ma sembra che anche il presidente Obama sarà presente, non solo per testimoniare i progressi sociali fatti dalla comunità afro-americana, ma perché alla cerimonia parteciperanno, e parleranno, anche il re di Giordania, Abdullah II, principale esponente di un islamismo moderato e filo-occidentale, e il presidente della Turchia, Recep Tayyip Erdogan, che rappresenta invece un islamismo irrequieto e ambizioso, che negli ultimi tempi ha destato parecchi dubbi a Washington. È quindi inevitabile pensare che un ex presidente, Bill Clinton, e un presidente che sta per lasciare la carica, Barack Obama, indipendentemente dalla loro passione sportiva e dall'orgoglio nazionale, cercheranno di ricavare il maggiore vantaggio possibile per la loro parte politica, oggi rappresentata dalla candidatura alla nomination democratica di Hillary Clinton, e per dimostrare al mondo islamico la buona disposizione degli Stati Uniti. Lungi dal criticare questo comportamento, bisogna solo riconoscere che non sono soltanto i regimi autoritari a sfruttare lo sport a fini politici: lo sono anche quelli democratici. Nelle Olimpiadi che si svolgevano nell'antica Grecia, le città-stato da cui provenivano i vincitori delle singole gare ne erano giustamente orgogliose e li celebravano. Altrettanto avviene nelle Olimpiadi moderne, ormai trasmesse in mondovisione. Una certa dose di nazionalismo è inevitabile.  
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