Gli attacchi israeliani in Siria, un messaggio a Riyadh (e a Washington)

07 maggio 2013 ore 10:29, intelligo
di Andrea Marcigliano
Gli attacchi israeliani in Siria, un messaggio a Riyadh (e a Washington)
Israele attacca in Siria. Ripetiamolo: attacca in Siria, non attacca la Siria. Non si tratta di una mera questione linguistica. La differenza è radicale. Infatti i raid israeliani hanno ripetutamente colpito sì in territorio siriano, ma erano e sono diretti contro carichi di armi, in particolare missili, diretti in Libano, ad Hezbollah, il Partito di Dio, il movimento politico/militare sciita finanziato e rifornito di armamenti e tecnologia militare da Teheran. Ed Hezbollah rappresenta, com’è noto, una vera e propria spina nel fianco per Israele, soprattutto da che, nel 2006, nella cosiddetta “Guerra dei 33 giorni” riuscì ad infliggere un’impensabile (almeno sino al giorno prima) sconfitta alle truppe di Gerusalemme.
Anche se, più che una vera sconfitta militare, quella subita da Tzahl fu una sconfitta mediatica, visto che Hezbollah si dimostrò abilissima a trasformare – sfruttando tanto la propria rete televisiva Al Manar, quanto i due grandi network panarabi Al Jazeera ed Al Arabya – per presentare al mondo, in particolare a quello medio-orientale, come una Grande Vittoria quello che al massimo fu, sotto il profilo prettamente militare, un successo occasionale e parziale. Comunque, Hezbollah occupa saldamente una delle prime posizioni nella lista nera del Mossad e dell’Alto Comando israeliano, anche perché considerata la longa manus libanese del regime iraniano. Lo stesso regime che finanzia e rifornisce anche l’ala militare di Hamas nella Striscia di Gaza. Una sorta di “asse del male” o di coalizione ferocemente anti-israeliana della quale fa parte anche la Siria di Assad. O meglio, faceva parte, visto che nell’attuale situazione di guerra civile, il governo di Damasco ha oggi ben altro a cui pensare. Tuttavia il territorio siriano resta il percorso privilegiato – se non unico – attraverso il quale i rifornimenti iraniani raggiungono le basi libanesi di Hezbollah. Di qui gli attacchi dell’aviazione israeliana che – per quanto abbiano causato la morte di molti militari dell’esercito di Damasco – non erano e non sono diretti contro la Siria, bensì contro i convogli di armi destinati al Libano. Tutto semplice, dunque? Tutto chiaro? Non tanto, perché la situazione della regione, sempre intricata, oggi è un vero e proprio viluppo di nodi inestricabili. Uno scenario dove nulla è come appare, e tutto è dominato da complessi, sfumati Giochi di Ombre. Infatti, la Siria non è certo da oggi il percorso delle armi per Hezbollah. E che il regime di Assad abbia sempre appoggiato, in alleanza con gli iraniani, i “fratelli sciiti” libanesi, è cosa arcinota anche ai sassi del deserto. Dunque, perché Gerusalemme ha deciso proprio in questo particolare frangente di intervenire con tanta durezza? Proprio nel momento in cui il regime di Assad traballa e diversi gruppi armati di ribelli gli contendono, e al contempo contendono fra loro, il controllo del territorio; e mentre a Washington un incerto Barack Obama nicchia di fronte alle molte pressioni che vorrebbero anche in Siria un intervento “stile Libia”, volto a provocare il Regime Change e far pendere a favore dei ribelli la bilancia del conflitto civile. Decisamente una strana scelta di tempi. A meno che i raid israeliani non rappresentino anche una sorta di duplice segnale. Rivolto, in primo luogo, non all’ormai sempre più traballante Assad, bensì alle forze ribelli, in particolare a quelle legate ai gruppi radicali salafiti, riccamente foraggiati dai sauditi e dall’Emiro del Qatar, già grandi sponsor delle Primavere Arabe di Tunisia, Egitto e Siria. Un segnale ai futuri, possibili nuovi signori di Damasco, invisi a Gerusalemme ancor più dell’alawita filo-iraniano Assad, perché non pensino di poter minacciare impunemente il territorio di Israele e non tentino di esportare in Palestina la loro “rivoluzione” fondamentalista. Un segnale, poi, a Barack Obama, il cui appoggio alle Primavere Arabe e i cui rapporti anche troppo amichevoli con i sauditi e il Qatar non piacciono punto a Bibi Netanyahu, che già più volte ha definito “pericolosa e avventuristica” la politica di Washington in Medio Oriente. Un segnale per dire al “giovane Barack” che Gerusalemme non è affatto disposta a veder consegnare la Siria ad un regime eterodiretto da Riyadh e fortemente condizionato dall’ideologia fondamentalista di salafiti e wahabiti. Insomma, paradossalmente, i “fulmini di Davide” che in questi ultimi giorni hanno colpito la Siria, potrebbero rallentare il tracollo dell’attuale regime di Damasco, e addirittura spingere Washington a rivedere la sua strategia complessiva in Medio Oriente. Forse per questo Damasco e, soprattutto, Teheran – perennemente impegnata in un complesso Risiko geopolitico con i rivali sauditi – hanno protestato con poca convinzione contro i raid. Proteste più di facciata che di sostanza.
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