La password della settimana è "Populismo" (l’ultimo degli ismi)

07 maggio 2016 ore 8:00, Paolo Pivetti
È l’ossessione del momento: il populismo, inteso come accusa, si aggira tra i corridoi della politica e rimbalza da una riva all’altra dell’immobile oceano parlamentare, spesso ridotto a rissosa pozzanghera. Tutti, fino ad oggi, hanno accusato tutti di  populismo, l’ultimo degli ismi ancora sulla breccia.
Ma noi, reduci dal Secolo delle Idee Assassine, siamo saturi di ismi.
Comunismo, socialismo, nazismo, fascismo, nichilismo, progressismo, pacifismo e compagni, hanno occupato e dissugato, come direbbe Pirandello, le nostre passioni e il nostro tempo fino al fatale crollo del Muro che tutti gli ismi travolse con sé. Siamo saturi di ismi, sì, eppure impazza sulla bocca di tutti, scambiata come accusa squalificante, quest’ultima variazione: populismo. Ma la parola non fu sempre usata o abusata come marchio negativo.
Tutto incominciò a metà dell’Ottocento in Russia dove, per alleviare le disumane condizioni di vita dei servi della gleba, nacque il movimento populista: traduzione in lingua occidentale del termine russo narodnìcestvo. Poco dopo, e come per simmetria, anche
La password della settimana è 'Populismo' (l’ultimo degli ismi)
negli Stati Uniti nacque un Populist Party, fondato nel 1891 da un gruppo di operai e contadini.
Superato poi, a cavallo della Prima Guarra Mondiale, da ismi a sfondo sociale ben più agguerriti ideologicamente, come socialismo e comunismo, il populismo parve scomparire. Ma, mutatis mutandis, riapparve una quarantina d’anni più tardi, per opera di un politico autoritario, l’argentino Juan Domingo Peròn, sotto la cui influenza la parola si tinse definitivamente di un forte connotato demagogico. Facendo leva su promesse spesso poco sostenibili e su un rapporto diretto con il popolo, il leader scavalcava i tradizionali organi di controllo democratico e parlamentare per esercitare un populismo così personale, che fu appunto definito peronismo. 
L’idea di un appello diretto del potere al popolo non è certo tramontata oggi da noi, anzi! Tutti vi tenderebbero, salvo poi accusare gli avversari di farlo in modo sleale e demagogico: populistico, appunto. 
Teniamo in fine presente che la parola ha un’origine dotta. Risale infatti direttamente al termine latino populus, che a differenza di plebs, indicante la plebe come indifferenziata classe sociale, voleva dire popolo in quanto comunità politica ordinata e strutturata: addirittura Stato, in perfetta corrispondenza con il greco Dèmos. 

autore / Paolo Pivetti
Paolo Pivetti
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