Stalin scomodo: non se ne ricorda nessuno

07 marzo 2013 ore 11:18, Pietro Romano
Stalin scomodo: non se ne ricorda nessuno
In Italia non se n’e ricordato quasi nessuno. Ma esattamente il 5 marzo di sessant’anni fa morì Giuseppe Stalin. All’epoca fu salutato come il più grande statista di tutti i tempi anche in Italia. Di lì a tre anni, al ventesimo Congresso del Partito comunista sovietico, Nikita Krusciov avrebbe denunciato i crimini di Stalin con un rapporto destinato a entrare nella storia. A renderlo noto in Occidente fu il Dipartimento di Stato americano. Ma anche il rapporto di Krusciov fu molto lacunoso e non diede per nulla l’immagine dell’ampiezza e della gravità del Grande terrore che in soli due anni, il ’37 e il ’38, fece un milione e mezzo di morti. In Francia, viceversa, la data è stata ampiamente discussa.
Le Monde - un giornale di sinistra di grande qualità, davvero leader nella politica e nell’economia internazionale, che esce a Parigi nel pomeriggio e nel resto del Paese la mattina dopo – nell’edizione appunto del 5 marzo  ha ricordato la morte di Stalin, e soprattutto i suoi crimini, con un inserto di ben otto pagine illustrato da drammatiche foto. Per ricordare l’evento ma anche per aiutare il lettore ad attrezzarsi contro simili infezioni dello spirito variamente camuffate. Nel nostro Paese siamo alle prese con ben altri problemi e forse la storia è ritenuta un lusso che non possiamo più permetterci (ma non è che la Francia viva un’epoca aurea). Eppure, se si legge un quotidiano italiano di stamattina scelto a caso nelle edicole, non mancano le polemiche che fanno riferimento alla storia e le paginate indignate dedicate alla frase estrapolata da un ben più lungo intervento di una politica alle prime armi (la capogruppo alla Camera del Movimento 5 Stelle) o a una conferenza di un signore dai lunghi capelli bianchi (Mario Merlino) che decenni e decenni fa ebbe a che fare con la giustizia ma che in seguito ha insegnato nei licei della Repubblica. Insomma, non è che la storia non appassioni i giornalisti italiani. Tutt’altro. Piuttosto sembra che molti di loro siano rimasti a mezzo secolo addietro, anche se all’epoca non erano nati o avevano i calzoni corti. E’ il loro humus ideologico che li porta a “dimenticare” alcune date e alcuni crimini e a ricordarne in maniera parossistica e quotidiana altri. Un atteggiamento dal quale non si discostano i giornali di centrodestra, che utilizzano i fatti della storia per spicciole polemiche pre-elettorali e limitati interessi di bottega. Non è l’unica tara del giornalismo e dei giornalisti italiani. Ai loro particolarissimi occhiali per leggere le vicende storiche si affiancano le bende con cui guardano alla realtà e i ridicoli tentativi con i quali cercano di riempire i loro buchi informativi. La vicenda del Movimento 5 Stelle, prima sottodimensionato dalle cronache, poi improvvisamente sotto i riflettori, non ha bisogno di commenti. Da giornalista con 34 anni di carriera alle spalle, però, mi pongo una domanda: non è che la crisi dei giornali, oltre che all’incapacità imprenditoriale, sia dovuta anche ai giornalisti, soprattutto ai graduati e alla compagnia di direttori e commentatori nella quale si entra solo per cooptazione? E’ inutile nasconderselo ma l’analisi della quotidianità nei mezzi d’informazione italiani è spesso ancorata alle ideologie del secolo scorso mentre il cittadino medio è, forse per costrizione, molto più in avanti nella lettura e nella valutazione della realtà. Una realtà che la classe giornalistica, soprattutto ai più alti livelli, non conosce nemmeno, immersa com’è in una autoreferenzialità solipsistica.
autore / Pietro Romano
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