Le Fondazioni delle Banche, cosa rappresentano e perché contano

07 marzo 2015, Gianfranco Librandi
Le Fondazioni delle Banche, cosa rappresentano e perché contano
di Gianfranco Librandi E’ l’ultima occasione utile per riformare gli assetti proprietari del nostro capitalismo, lo scopo è di rendere più efficiente e stabile il sistema bancario italiano. In sostanza si chiede di sciogliere l’abbraccio mortale fra le fondazioni e le banche. Le Fondazioni così come sono “strutturate” rappresentano un cattivo apporto al capitale delle banche spesso gravato anche da cointeressenze politiche. Il danno peggiore è quello di alleggerire il monitoraggio e distrarre il principio di massimizzazione e valorizzazione del capitale delle banche. Una Fondazione che detiene grandi quantità di azioni causa un’eccessiva concentrazione del rischio minando la possibilità per la banca stessa di muoversi agilmente per recuperare profitti. Un esempio su tutti è quello di MPS: siamo al 2012, all’epoca la fondazione MPS deteneva un patrimonio di 5,4 miliardi investito al 90% nella banca MPS di cui possiede il 45% delle azioni ordinarie e il totale di quelle di risparmio e privilegiate. Nel pieno della crisi del settore (2009-2011) la fondazione smette di fare accantonamenti rendicontanto l’1,87% nel 2009 e solamente 0,68% nel 2010 (il 2011 è stato un disastro!). Il valore di mercato a gennaio 2012 il patrimonio era valorizzato in circa 300 milioni, se la fondazione avesse investito il suo patrimonio in Borsa (indice Mib) il patrimonio a gennaio 2012 sarebbe stato intorno a 1,6 miliardi di euro. L’opportunità, dunque, che le fondazioni bancarie si svincolino dalle banche conferitarie investendo sulla diversificazione e rinunciando al controllo delle banche è quantomeno conveniente. Poiché la fondazione MPS allo scopo di non perdere quote di partecipazione nella banca MPS si è indebitata aggravando la posizione patrimoniale della banca conferitaria che, oltre i problemi di capitale incidenti, ha dovuto anche patrimonializzare un piano di rientro della posizione debitoria della fondazione MPS che non intendeva scendere sotto la quota del 33% impedendole il controllo sulle assemblee. Questo ha creato un ostacolo alla ricapitalizzazione di MPS e contestualmente alla strutturazione di un piano di rientro del debito della fondazione stessa. In conclusione, si deve sciogliere il rapporto “incestuoso” fra fondazioni e banche soprattutto per agevolare almeno le operazioni di aumento di capitale (tralasciando tutte le altre motivazioni di opportunità e buonsenso). Le fondazioni sono per definizione utilizzatrici di reddito, se ne servono per raggiungere le finalità statutarie, in pratica è come se rubassero i soldi dalla loro stessa cassa. Qualora la banca avesse bisogno di nuovo apporto di capitale, la fondazione non è in grado di fornirlo perché non è economicamente autosufficiente e quindi incapace di salvare il loro stesso investimento. Qualora lo facessero, possono perseguire l’unica strada di usare la loro dotazione affondando insieme alla banca che dovrebbero tentare di salvare! E’ altrettanto ovvio che la presenza delle fondazioni bancarie scoraggia investimenti stranieri e quindi apporto di nuovo capitale nelle banche perché nessuno è disposto a partecipare dove la partecipazione è sgradita poiché la fondazione scoraggerebbe ogni tentativo “esterno” di diluire il controllo sulla banca conferitaria. La separazione fra banche e fondazioni è opportuna e urgente, e approfittare del "Dl popolari" per inserire questa riforma è auspicabile.
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