Istat, prezzi produzione industriale: -2,5% su base annua, Italia è in deflazione

07 marzo 2016 ore 12:25, Luca Lippi
Insiste il tema chiave della settimana scorsa che è la deflazione. Non una scoperta, in tempi non sospetti avevamo detto all’origine del Qe di Mario Draghi che sarebbe stato appena sufficiente a creare inflazione pur lasciando spazio a correggere la previsione giacché all’epoca era ancora troppo presto. Oggi le formazioni nuvolose sul fallimento del piano della Bce prendono corpo e alle porte della riunione del 10 marzo della Bce sembra essere una spinta al Governatore per implementare la “bazookata” che senza riforme rischia di perdersi nei rivoli della speculazione come la prima.

Istat, prezzi produzione industriale: -2,5% su base annua, Italia è in deflazione
La certificazione dei sospetti arriva con un po’ di ritardo, ma pur sempre una conferma, dall’Istat che comunica il calo dei prezzi della produzione industriale in Italia nel primo mese del nuovo anno, i prezzi alla produzione dei prodotti industriali nel mese di gennaio sono scesi dello 0,7% rispetto a dicembre e del 2,5% su base annua. A dicembre l’indice era sceso dello 0,6% (rivisto da -0,7%) su base congiunturale e del 3,2% (rivisto da -3,3%) su base tendenziale. In buona sostanza l’Istat conferma la deflazione in Italia.
Nel dettaglio: calano dello 0,7% a gennaio rispetto al mese precedente i prezzi alla produzione per l’industria italiana. Diminuiscono invece dello 0,8% rispetto a dicembre e del 3% su base tendenziale i prezzi dei prodotti venduti sul mercato interno, mentre al netto del comparto energetico si registra una variazione congiunturale nulla e un calo dello 0,8% su base tendenziale.
Segnano un calo dello 0,4% invece, sempre rispetto al mese di dicembre anche i prezzi dei beni venduti sul mercato estero e su base tendenziale si registra un calo dello 0,9% di cui -1,5% per l’area euro e -0,4% per quella non euro.
A pesare sul calo tendenziale dei prezzi dei beni venduti sul mercato interno la contrazione pari a 2,5 punti percentuali del comparto energetico. I contributi negativi più rilevanti sul mercato estero arrivano dai beni intermedi, con -1,3% per l’area euro e -0,5% per quella non euro. Calo tendenziale più marcato nella fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati, con cali del 12,7% sul mercato interno e del 17,8% su quello estero.
Il contributo maggiore al calo annuo dei prezzi dei beni venduti sul mercato interno proviene dal comparto energetico (-2,5 punti percentuali), dove il crollo del prezzo del petrolio ha giocato un ruolo importante sulla compressione dei prezzi. Infatti, al netto del comparto energetico si registra una variazione congiunturale nulla, e una diminuzione dello 0,8% su base tendenziale.
In conclusione, la china che si è innescata non è solamente una conseguenza dell’azione di governo che ha pur sempre una responsabilità per non avere approfittato del maggior favore del prezzo al consumo delle materie prime, ma è più una congiuntura che sta facendo leva su tutte le economie meno pronte strutturalmente ad approfittare dei vantaggi derivanti dalla flessione delle materie prime (quasi tutti) e dunque è più una questione finanziaria che politico o di politica economica in generale. Stiamo pagando al livello globale la finanziarizzazione dell’economia pur sapendo che la finanza è solo un veicolo. È come per un paracadutista fare uso del dispositivo di emergenza come fosse la normalità.

autore / Luca Lippi
Luca Lippi
caricamento in corso...
caricamento in corso...
[Template ADV/Publy/article_bottom_right not found]