Premio Aqui-storia-romanzo storico a Dario Fertilio

07 ottobre 2013 ore 9:56, intelligo
Premio Aqui-storia-romanzo storico a Dario Fertilio
di Mario Bernardi Guardi. Come è noto e sperimentato,  per molti continua ancora a valere l’imperativo: la Resistenza non si tocca. Meglio: la Resistenza in versione comunista o post-comunista non si tocca. Se preferite: chi parla male di Garibaldi- e delle Brigate Garibaldi- è un fascista. Senza virgolette. Ora, Dario Fertilio-  prestigiosa firma del “Corriere della Sera” e liberale d.o.c.- è ben lungi da ogni simpatia nostalgica. E non ama sventolare il vessillo del revisionismo. Diciamo che è uno studioso che di fronte alla nostra storia più recente (e che ormai tanto recente non è, visto che dalla fine della guerra son trascorsi quasi settant’anni) si pone delle domande, senza badare se sono “corrette” o meno. Più che mai quando c’è qualcosa che non gli torna. Allora sì che scattano le giuste “curiosità”. A costo di far soffrire le “anime belle” (belle?) con ipotesi “scandalose” (scandalose?). Ecco: il libro con cui Fertilio ha vinto il Premio Acqui Storia 2013 nella Sezione Romanzi (“L’ultima notte dei fratelli Cervi. Un giallo nel Triangolo della morte”, Marsilio, pp. 251, euro 17), si fa carico di un interrogativo tanto scomodo da mettere in crisi ogni mezza-coscienza: dietro la tragedia dei fratelli Cervi fucilati dai fascisti, dietro il loro sacrificio di eroici combattenti comunisti, c’è una qualche “complicità” del PCI? Fertilio da una parte documenta tutte le “stazioni” della “sacra rappresentazione composta e messa in atto dopo l’eccidio” da parte del PCI, con la storia che diventa leggenda, mito, esemplare icona resistenziale, con i sette fratelli che immediatamente assumono le sembianze dell’ “eroe collettivo”, con il loro profilo di martiri della “causa” che via via il Partito rimodula a seconda delle circostanze storiche e politiche; dall’altra si affida a un intreccio narrativo giallo per ricostruire una vicenda ricca di mistero, di reticenze, omissioni, mezze verità che già Giorgio Pisanò cercò di illuminare, parlando, quando questi argomenti erano tabù, non solo di “guerra civile” tra fascisti e partigiani ma di sanguinosi conflitti e di feroci rese dei conti nell’ambito della stessa Resistenza. Ma accennavamo all’intreccio narrativo: ebbene, il protagonista, il giovane partigiano gappista Archimede, in uno scenario di attentati, rappresaglie, bombardamenti, crimini infami ed atti eroici, non se la sente di far fuori il fascista singolo e “simbolo” nella classica azione rigorosamente programmata e motivata  (“non uccidi qualcuno, ma qualcosa”, si sforzano di spiegargli i responsabili politici dei “gruppi di fuoco”, forti di “ giustificazioni” che anticipano quelle delle BR) e alla fine prende decisamente le distanze dalle parole d’ordine dogmatiche e dallo spietato giustizialismo del “va’ e uccidi”. Il suo disagio interiore è quello dei fratelli Cervi, generosi combattenti dell’Ideale e non killer che ammazzano su ordinazione, e proprio per questo accusati di comportamenti “anarchici” da parte dei compagni: a detta dei “quadri” dirigenti, tipi come i  “danneggiano” la Causa. Archimede scopre che sono stati condannati all’isolamento: hanno scelto di far di testa loro, peggio per loro. Nessuno gli darà una mano quando si troveranno nei guai. E sarà un infiltrato a denunciarli ai fascisti che il 25 novembre del 1943 li circonderanno e li arresteranno nella loro casa colonica. Il 28 dicembre, la fucilazione al Poligono di tiro di Reggio Emilia. Poi, l’edificazione della leggenda di Partito, con tanto di film “di culto” (“I sette fratelli Cervi”, diretto nel 1968 da Gianni Puccini e interpretato da Gian Maria Volontè). Infine la voglia di verità e la domanda cruciale: che cosa è accaduto ai fratelli Cervi nella loro ultima notte?  
autore / intelligo
caricamento in corso...
caricamento in corso...
[Template ADV/Publy/article_bottom_right not found]