Intervento Iraq, Puppato (Pd): “Se lo chiede l'Onu... Ma no a una nuova Srebrenica"

07 ottobre 2015, Lucia Bigozzi
Intervento Iraq, Puppato (Pd): “Se lo chiede l'Onu... Ma no a una nuova Srebrenica'
“Se viene richiesto dall’Onu e c’è il coinvolgimento di tutta la Nato, la situazione è talmente pesante e grave che difficilmente l’Italia potrà dire di no”. La lettura è quella di una “pacifista non ideologizzata” e anche per questo interessante. Laura Puppato, senatrice dem con “la bandiera della pace in giardino” e quattro anni e mezzo di missioni umanitarie nella ex-Jugoslavia, nella conversazione con Intelligonews spiega perché e a quali condizioni un intervento militare “si può comprendere”. 

“L’ipotesi Pinotti” la convince o no?

«Se viene richiesto dall’Onu e c’è il coinvolgimento di tutta la Nato, la situazione è talmente pesante e grave che difficilmente l’Italia potrà dire di no. Il tema è andare oltre l’immediato ».

Cosa intende per “andare oltre”?

«Mi riferisco a interventi di peacekeeping, cioè un’operazione sostanzialmente capace di garantire la pace. Una volta attivata, bisogna comprendere se siamo nella condizione di portarla avanti e questa cosa può avvenire solo sotto l’egida dell’Onu e di tutte le forze democratiche in campo, vista la drammatica situazione in Iraq e in Siria, con l’occupazione di larga parte dei territori da parte dell’Isis. Dobbiamo valutare bene se siamo in grado di mantenere la pace locale in grado di garantire le popolazioni locali e quelle rifugiate fuori dall’area che possono rientrarvi. E, mi permetto di dire, garantisca la custodia di monumenti di incredibile valore storico, patrimonio dell’umanità come il sito di Palmira ed altri che hanno visto un loro pesante ridimensionamento ».

Le parla di peacekeeping ma qui si tratta di bombardamenti aerei, dunque azione militare. Cosa risponde?

«Attenzione: l’operazione di peacekeeping è successiva e dovrebbe essere funzionale al mantenimento della pace e la nascita di un governo stabile; quindi il ripristino delle condizioni democratiche che con Assad – ricordiamolo – la Siria non ha mai avuto. Il punto è che stiamo lavorando su territori critici dal punto di vista delle condizioni democratiche. La preoccupazione c’è, non lo nego. Stiamo parlando di un’azione molto complessa e molto avanzata da parte dell’Isis. Abbiamo atteso sperando che vi fosse una capacità di arrivare a una soluzione in ambito locale, ma così non è stato»

Non trova che la Pinotti abbia fatto uno scivolone: il Corsera lancia la notizia dei raid aerei italiani e il ministro è costretto a parlare di “ipotesi”, di fatto, confermando?

«Penso che il ministro debba mantenere una evidente necessità di riserbo per i colloqui avuti con Carter in questi giorni, così come i colloqui che Obama ha avuto con Renzi. E’ chiaro che il tema del Mediterraneo, delle migrazioni, lo stato di avanzamento dell’Isis in tutta l’area geografica che affaccia sul Mediterraneo, come del resto quella di Kurdistan, Iraq e Siria, non può non preoccupare una pace mondiale; perché si stanno mettendo in discussione i fondamentali stessi della possibilità di coesistere nell’ambito del Mediterraneo con un’Asia e un’Africa capaci di democrazia. Dobbiamo anche dire che gran parte della responsabilità rispetto al quadro attuale, in particolare in Libia ma non solo, putroppo è molto occidentale, perché gli interventi di Bush in Iraq e di Sarkozy in Libia, sono stati quanti di più devastante si potesse immaginare: non solo hanno rimesso in discussione un assetto, per quanto non democratico, ma in realtà hanno creato un caos nel quale ha avuto buon gioco il Califfato, potenziato dagli Stati Arabi, ad avanzare proponendosi con un ruolo anti-occidentale e quindi di tutela delle istanze più radicali delle fazioni fondamentaliste islamiche. Il quadro attuale è molto pericoloso e drammatico; penso che a questo punto un intervento dell’Italia al fianco dell’Onu e della Nato, purtroppo, non potremo esimerci dal farlo, ma di questo si occuperanno Renzi, la Pinotti e la Mogherini per la parte europea, proprio per averte garanzie pro-futuro di quell’area perché è chiaro che interventi spot serviranno a molto poco senza chiarezza di intenti e di volontà».

Per lei che rappresenta un pacifismo non ideologizzato, quanto costerà il voto sull’eventuale missione italiana in Iraq, proposta al parlamento dal premier e segretario del suo partito?

«Costa e ci sarà solo alla condizione che si abbia chiarezza del dopo. Un intervento in funzione del peacekeeping lo posso comprendere. Rendiamoci conto poi, che tutto questo avrà costi umani e anche economici per il nostro Paese e dovremo essere chiari su questo. D’altro canto, la guerra per la guerra non dovrà essere possibile; qui dobbiamo prevedere che la diplomazia lavori in maniera proficua per quei territori e per quelle genti; altrimenti rischiamo ben più di una Srebrenica e non possiamo permetterci errori come con l’ex Jugoslavia, questione che conosco bene per aver partecipato per quattro anni e mezzo agli aiuti umanitari».

Il paradosso è che la sinistra predica la pace ma poi spesso fa la guerra: dal Kosovo con premier D’Alema ad Obama passando per Hollande; fino a risalire a Kennedy con il Vietnam. Cosa risponde?

«C’è una sinistra che ha sbagliato molto e c’è una sinistra che si è ritirata resasi conto dell’errore. Il caso dell’Afghanistan ne è un esempio. Gli interventi devono essere percepiti da una parte consistente della popolazione locale come funzionali alla loro libertà. Abbiamo imparato ad amare l’America quando è venuta a salvarci dal nazismo ma non è stata la sola perché noi abbiamo avuto i partigiani, l’esercito ricostituito: abbiamo avuto un moto civile che ha attivato le popolazioni locali. Quanto successo in Vietnam, va nella direzione opposta e insegna che esportare la democrazia è una presunzione, mentre aiutare, contribuire a una stabilità democratica è una posizione che accetto. Torno a dire: se questa finalità risulterà assolutamente chiara e se ci sarà una capacità interna di quei Paesi di rinascita».

autore / Lucia Bigozzi
Lucia Bigozzi
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