Export, surplus record per Germania (+8,9%): superata anche la Cina

07 settembre 2016 ore 13:27, Luca Lippi
l’Eurostat ha reso note le stime sull’andamento del Prodotto interno lordo nel secondo trimestre di quest’anno: Italia, Francia e Finlandia hanno registrato crescita zero rispetto ai tre mesi precedenti, un altro gruppo è cresciuto modestamente e i Paesi dell’Est Europa hanno invece dato segni di molto dinamismo.
Che succede? Succede che nel 2016 la Germania, grazie alle esportazioni, raggiungerà un surplus record attorno ai 310 miliardi di dollari, in questo modo superando da sola anche la Cina; contestualmente Eurostat ha notato che la crescita maggiore è quella di Romania (1,5% sul trimestre), Ungheria (1%), Repubblica Ceca, Polonia e Slovacchia (queste tre allo 0,9%).
In buona sostanza, fatto confermato anche dall’economista dell’Ifo Christian Grimme, il surplus tedesco che è dato dal commercio in beni, nella prima metà dell’anno, ha accelerato le esportazioni contro le importazioni per 159 miliardi di dollari. 

Export, surplus record per Germania (+8,9%): superata anche la Cina

Riportato ai 12 mesi del 2016, fa prevedere che si arriverà a 310 miliardi di dollari, l’8,9% del Pil tedesco. E’ una quota enorme, che eccede per l’ennesima volta il limite massimo del 6% raccomandato dalla Commissione Ue.
Perché la Commissione raccomanda il limite del 6%? L’eccesso è considerato negativo perché se da un lato è il risultato della forza competitiva dell’industria tedesca, dall’altro crea sbilanci considerevoli. 
E’ il monito enunciato in primavera da Mario Draghi, secondo il quale i tassi d’interesse bassi che la Banca centrale europea è costretta a tenere sono il risultato di grandi masse di risparmio che si accumulano, anche a causa del surplus tedesco, e non trovano domanda per essere investiti e quindi accelerano ulteriormente la caduta dei rendimenti.
Di conseguenza, il surplus eccessivo crea danni a chi in apparenza gode di questo beneficio. Una risposta sarebbe l’aumento dei consumi in Germania, attraverso una riduzione del carico fiscale e la liberalizzazione di una serie di settori protetti, soprattutto nei servizi: qualcosa di cui la Germania avrebbe grande necessità. 
La Merkel e il ministro delle Finanze Wolfgang Schaeuble sostengono di avere mosso già dei passi in questo senso, alzando il salario minimo, aumentando gli assegni pensionistici e favorendo aumenti salariali significativi, tuttavia lo squilibrio è talmente elevato da vanificare ogni tentativo di mitigarne gli effetti economici interni.
Tant’è che Schaeuble è più preoccupato di creare surplus di bilancio pubblico, per essere pronti ad affrontare le crisi; in sostanza il ministro delle finanze tedesco è preoccupato soprattutto del fatto che l’Europa non assorbe la produzione tedesca, e sarebbe un controsenso mettere su un negozio di fine cristalleria in una zona geografica dove si acquista solamente legno. 
Di sicuro è più veloce aumentare i redditi interni e favorire i consumi che attendere la ripresa dell’Europa di serie “B”, ed è questo il motivo per cui al G20 il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker ha chiesto uno stop all’inondazione dell’acciaio cinese a basso costo (secondo i dati della Commissione l’export di acciaio inox dalla Cina all’Ue è cresciuto del 70% dal 2010) che significa per il comparto in Europa un deciso calo della produzione, degli investimenti e dell’occupazione, con circa 10mila posti di lavoro persi. 
10mila posti di lavoro che sarebbero necessari alla Germania (leader per l’acciaio in Europa), che inevitabilmente entrerebbe in una contesa per produttività anche con l’Italia che ancora oggi, nonostante scandali e chiusure di poli produttivi, ancora ricopre l’11mo posto nel mondo, e sarebbe un bel colpo per far tirare un sospiro alla grave crisi interna del Paese.
La risposta della Cina è tutta da vedere, intanto la Germania è nella classica situazione di dover salvare capra e cavoli.

autore / Luca Lippi
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