Riforme, la pagella su Renzi: ancora insufficiente

08 agosto 2015, Lucia Bigozzi
Riforme, la pagella su Renzi: ancora insufficiente
I numeri di Renzi vanno da 1 a 43. Uno è il numero dell’uomo solo al comando e in questo il premier non batte neppure Berlusconi. Quarantatre è il numero delle fiducie che Palazzo Chigi ha calato sul Parlamento. Concetto che fa pendant con l’abito dell’uomo del fare ma, di fatto, svuota il Parlamento del ruolo fissato dalla Costituzione. 

La “pagella” di Renzi a quasi due anni dalla sua salita a Palazzo Chigi coincisa con la discesa (indotta) di Enrico Letta, marca il segno meno perché il punto ancora irrisolto dal premier-decisionista è colmare il gap tra annunci e fatti concreti. 

Il capitolo delle riforme è fatto di leggi approvate di corsa ma che hanno lasciato sul tappeto ‘morti’ e feriti specialmente dentro il Pd dove l’eterno braccio di ferro tra renziani e minoranza, anzi minoranze dem, è la cifra di una navigazione a vista, in particolare al Senato dove i numeri sono e restano ballerini, al di là delle geometrie variabili e delle alchimie ad hoc. 

Di riforma in riforma, il Parlamento ha sfornato per ora l’Italicum approvato in via definitiva dalla Camera nel maggio scorso. Poi è stata la volta della Scuola, anche se il testo originario partorito da Palazzo Chigi ha subito nell’iter parlamentare alcune modifiche frutto di compromessi con le forze politiche, in primis dentro lo stesso partito di Renzi. Ma il ‘prezzo’ è stato alto se si considera che proprio dall’Italicum in giù, Renzi ha perso pezzi dem per strada. 

Come nel caso del Jobs Act, il contestatissmo - da sinistra - provvedimento che ‘rivoluziona’ il mondo del lavoro e le relazioni sindacali. Lo strappo di Renzi con la Cgil acuisce il solco con la minoranza dem e in particolare con l’ala bersaniana. Nel giro di qualche mese lo strappo dentro il partito si consumerà definitivamente con l’addio di Pippo Civati. La #buonascuola invece è la ‘goccia’ che ha fatto traboccare il vaso di Stefano Fassina, viceministro ai tempi di Letta, uscito dal Pd a giugno e sbattendo la porta. Direzione: la ‘cosa’ civatiana nel solco e nel segno del Podemos spagnolo. 

Lo smottamento dem non si è ancora fermato e non è un caso se proprio sul limitare delle vacanze agostane, Pierluigi Bersani all’indomani del varo definitivo di un’altra riforma renziana – quella della Pubblica Amministrazione – intona una melodia ‘sinistra’: “l Paese ha difficoltà enormi. Ma io vorrei uscire dal circolo vizioso, non si può rimettere in sesto l'Italia se prima non si mette in sesto il Pd. Questo è il punto di fondo e ne abbiamo un esempio in queste ore. Se qualcuno, a freddo e strumentalmente, si inventa dei Vietnam e dei vietcong, si è autorizzati a pensare che vogliano giustificare il napalm”. 

Vietcong e napalm sul dossier Cda Rai – altro capitolo del riformismo renziano – sul quale il Pd certifica l’ennesima frattura, mentre il premier per questioni di equilibri numerici, è costretto a trattare con Berlusconi che non meno di sei mesi fa ha fatto saltare il tavolo del Nazareno sul ‘metodo Mattarella’. 

Ma è sul piano economico che il riformismo di Renzi segna il passo, perché al di là del Jobs Act e gli sgravi fiscali per le imprese che assumono a tempo indeterminato, gli indicatori economici e finanziari registrano dati ancora non soddisfacenti. Della serie: la ripresa c’è ma si non si vede, o si intravede appena. Istat, Svimez, per non parlare degli istituti internazionali sono lì a dire che l’Italia riprende a camminare ma non corre, come vorrebbe e ha promesso Renzi. Il tasso di disoccupazione giovanile resta altissimo e il Sud è cresciuto meno di quanto ha fatto nel suo complesso la Grecia. E pensare che la congiuntura in cui l’era Renzi si è innestata non è certo delle più negative se si considerano le azioni di Draghi dalla Bce (Quantitative Easing in testa), il crollo del prezzo del petrolio e il calo del valore dell’euro sul dollaro. Ma l’Italia non decolla. 

Il sipario di agosto si chiude sul dossier Rai ma a settembre c’è un’altra riforma renziana da portare a casa. Anzi, è la madre di tutte le riforme, quella che cambia faccia e connotati al Senato e dunque a parte della Costituzione (compreso il famigerato Titolo V). Renzi ci punta moltissimo e nella road map conta di metterla nel carniere delle cose fatte entro l’autunno. Ma non sarà una passeggiata sia per le resistenze interne che per la contraerea delle opposizioni. 

Il ministro Boschi ripete il refrain del confronto ma quanto a modifiche non mostra grande apertura: “Non ritengo ci sia la necessità modifiche, da un punto di vista giuridico-costituzionale. Quindi, eventuali modifiche, saranno determinate esclusivamente da scelte politiche”. Quali saranno le scelte politiche? I renziani devono tenere conto dei numeri ballerini di Palazzo Madama anche se l’Ala verdiniana potrebbe ‘soccorrere’ la maggioranza come del resto lo stesso ex berlusconiano Denis Verdini ha annunciato alla voce ‘riforme’. Ed è altrettanto vero che la minoranza dem non pare intenzionata a fare la parte del tacchino a Natale. 

Per ora il ministro renziano si è limitato a una ricognizione sui punti più controversi, in particolare l’articolo 2 che modifica la natura di assemblea elettiva di primo grado del Senato. Insomma, sondare il terreno per capire se da settembre in Parlamento tirerà aria di tempesta o brezza marina. 

Intanto è Renzi ad augurare buone vacanze ai parlamentari con tanto di letterina a deputati e senatori della coalizione di governo: è stato svolto “un lavoro straordinario” e “nessun Paese europeo ha mai fatto, tutte insieme, così tante riforme”. Poi la ciliegina sulla torta: a settembre "taglio delle tasse".

Punti di vista. 

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