Papa Francesco, facciamo un bilancio: dal Sinodo a Medjugorje passando per il comunismo

08 agosto 2015, Americo Mascarucci
Papa Francesco, facciamo un bilancio: dal Sinodo a Medjugorje passando per il comunismo
Un anno fa, precisamente nell’estate del 2014, teneva banco il dibattito sul sinodo straordinario della famiglia che, nelle previsioni di molti, avrebbe dovuto rivoluzionare completamente la pastorale della Chiesa
. E difatti in quel momento imperversava la linea Kasper, portata avanti dal teologo austriaco, amico e consigliere privilegiato di Bergoglio, considerato il leader del fronte progressista favorevole alla riammissione dei divorziati risposati all’Eucaristia e a soluzioni per le coppie di fatto e gay. Il sinodo di ottobre non è andato però come molti avevano sperato. 

La linea Kasper che sembrava appunto vincente, uscì fortemente ridimensionata dal voto finale, dal momento che le relazioni sinodali furono accolte tiepidamente e le tanto auspicate innovazioni, approvate da una maggioranza molto stretta. Una doccia fredda per Kasper e il fronte progressista al punto che, gradualmente, il teologo austriaco ha iniziato ad uscire di scena. 

L’esito del sinodo straordinario è sembrato far cambiare direzione di marcia anche a Papa Francesco. Il Pontefice, che era sembrato dare carta bianca a Kasper, ad un certo punto è apparso più scettico che convinto su certe aperture fino ad allora benedette da lui (o dai media?). 

Da una posizione estremamente conciliante nei riguardi dei divorziati risposati, delle unioni civili e delle coppie gay, il Papa è sembrato riposizionarsi su tesi più conservatrici. Più volte in questi ultimi tempi Francesco è intervenuto per contrastare la cosiddetta “cultura del provvisorio” che spingerebbe i giovani a rinunciare a legami solidi e stabili in favore della precarietà. Ha difeso il principio dell’indissolubilità del matrimonio proprio mentre in Italia veniva approvata la legge sul divorzio breve; ha tuonato contro la teoria del gender definendola “frutto delle frustrazioni individuali” e ribadito che le differenze sessuali sono il prodotto più genuino ed autentico del progetto di Dio, basato sulla continuazione dell’esistenza umana attraverso la procreazione. Un cambio di strategia non indifferente che secondo alcuni osservatori sarebbe ispirato niente meno che dall’arcivescovo di Bologna Carlo Caffarra fra i più tenaci oppositori della linea Kasper. Caffarra insieme a Gerard Muller, Leo Burke, Velasio De Paolis ed altri porporati di tendenze tradizionaliste aveva anche pubblicato una sorta di controrelazione rispetto a quella presentata dal teologo austriaco nella quale si riaffermava come non fosse possibile contraddire la verità di Cristo e quindi riformare la dottrina della Chiesa in tema di divorzio e coppie gay. Pare che Francesco abbia incaricato proprio Caffarra fra gli altri, di trovare una mediazione fra la necessità di dare risposte ai problemi dei divorziati risposati e delle coppie di fatto senza contraddire il Vangelo. 

Di certo Bergoglio rispetto ad un anno fa ha smorzato e parecchio le speranze dei laicisti duri e puri, convinti finalmente di aver incontrato il “Papa della svolta”; una convinzione questa che è sembrata scemare di fronte ai reiterati interventi in difesa della famiglia fondata sul matrimonio, della finalità procreativa del matrimonio, dell’indissolubilità del vincolo nuziale e soprattutto contro il tentativo di superare le differenze sessuali abbracciando la teoria gender. 

Francesco ha invece ribadito che il disegno di Dio è chiaro ed indiscutibile, che maschio e femmina sono creati in natura per unirsi e produrre nuova vita e che è impensabile ritenere la differenza di genere un principio puramente culturale. Adesso gli occhi sono tutti puntati sul sinodo ordinario del prossimo ottobre; quale linea prevarrà? E soprattutto quale decisione assumerà il Papa sui temi oggetto del dibattito sinodale? 

Francesco dovrà presto prendere altre decisioni di estrema importanza, ad iniziare dal riconoscimento delle apparizioni mariane di Medjugorje. La commissione vaticana chiamata ad indagare sui presunti miracoli avvenuti in terra di Bosnia ha terminato i lavori e consegnato le risultanze al Papa. Sui risultati dell’indagine vige al momento il massimo riserbo anche se a giudicare da alcune dichiarazioni di Bergoglio sembrerebbe che il giudizio finale non possa che essere negativo. 

Il Papa infatti ha criticato una fede basata sul sensazionalismo e sull’attesa spasmodica di messaggi che la Madonna invierebbe ai veggenti. Non c’è stato nessun esplicito riferimento a Medjugorje ma tutti hanno inevitabilmente interpretato quelle dichiarazioni come la dimostrazione di un certo scetticismo di Francesco nei confronti dei veggenti dell’ex Jugoslavia. E’ molto probabile che alla fine non ci sarà un riconoscimento ufficiale delle apparizioni ma che comunque la Chiesa riconosca il valore di Medjugorje come luogo di preghiera e di devozione mariana. La classica soluzione a metà che consentirebbe di salvare due esigenze contrapposte; la necessità della Chiesa di non esporsi troppo sulla soprannaturalità degli eventi, senza nel contempo impedire il pellegrinaggio a milioni di fedeli che proprio in quei luoghi hanno ritrovato le ragioni della propria fede. Non resta che attendere. 
Ha fatto molto scalpore  la promulgazione dell’Enciclica “Laudato si” con la quale il Papa è tornato a denunciare i rischi connessi ad una gestione del pianeta e delle risorse naturali fondata sul profitto e la speculazione. In linea con i pontificati di Pio XI, Giovanni XXIII, Paolo VI e Giovanni Paolo II, Bergoglio è tornato a tuonare contro la società del profitto che antepone il “dio denaro” al benessere dei popoli. La difesa dell’ambiente e la protezione del Creato per il Santo Padre, non possono essere scissi da una diversa concezione dello sviluppo economico, dal momento che i beni che Dio ha creato in natura devono essere messi a disposizione di tutti e non di pochi. 

La povertà, secondo Francesco, come già per i pontefici precedenti, è proprio il frutto di una gestione egoistica della terra, fondata sull’assunto sbagliato che la proprietà dei beni terreni spetti a chi detiene il potere dei soldi. Una concezione che in America hanno definito marxista, accusa che del resto piovve anche sul capo di Giovanni Paolo II quando, dopo aver sconfitto il Comunismo sovietico, iniziò a denunciare i mali del Capitalismo. 

Ma si deve essere necessariamente marxisti per denunciare come il sistema economico mondiale sia sbagliato? 

Era forse marxista Ezra Pound nel sostenere che la finanza doveva essere al servizio dell’economia e non viceversa come avviene oggi nel mondo? Certamente un certo marxismo bergogliano deve averlo intravisto anche il presidente boliviano Morales che ha donato a Francesco, in occasione del suo recente viaggio in America Latina, una copia del crocefisso a falce e martello opera del sacerdote Espinal grande teologo della contaminazione fra cristianesimo e marxismo. 

Un dono che a sentire i bene informati avrebbe imbarazzato parecchio il Papa che, rispondendo alle specifiche domande dei giornalisti, ha cercato di salvare “capra e cavoli”. Pur avendo ribadito la sua lontananza dalle tesi di padre Espinal e dalla via marxista per il riscatto dei poveri, Bergoglio ha però dichiarato di aver apprezzato quel dono e di non essere rimasto affatto offeso dall’iniziativa di Morales in quanto padre Espinal era comunque un teologo di grande valore che fino all’ultimo ha lottato per affermare ciò in cui credeva con grande onestà e amore per i poveri. Ma bastava guardare l’espressione del volto di Francesco proprio mentre riceveva quel crocefisso “anomalo”, per capire che l’imbarazzo non era affatto un’invenzione giornalistica. 

Forse Wojtyla non avrebbe usato la stessa diplomazia. 


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