La parola della settimana prima di Ferragosto: Otium

08 agosto 2015, Paolo Pivetti
La parola della settimana prima di Ferragosto: Otium
“L’ozio è il padre dei vizi.” Ma chi l’ha detto?...

Tutti l’hanno detto, in tutte le epoche e in tutti i dialetti: “L’ozzi l’è el pader de tücc i vizzi” sentenziano gli operosi lombardi, e gli insospettabili Campani rispondono per le rime “L’ozio è ‘u pate ‘e tutt’i vizie”. 

Si sa, ci rifacciamo ai Latini per i quali “Omnium malorum origo otium est”. Eppure, proprio i Latini hanno ben altro da insegnarci sull’otium. Cicerone, per esempio, non esita a elogiare l’otium litteratum, cioè l’ozio dedicato alle lettere, e qui emerge chiaramente il significato ben più ampio e nobile che i Latini davano alla parola otium: cioè riposo da impegni pressanti, tempo libero da fatiche fisiche, ma che possiamo con profitto impegnare nell’attività della mente. “Abundare otio studioque” ancora suggerisce Cicerone, mentre Cesare afferma di “otii esse amantissimum”, intendendo qui ozio dalla guerra, cioè la pace. 

L’ozio è dunque per loro innanzitutto riposo: dalle occupazioni, dagli affari, dalla guerra: l’opposto di negotium che è impegno totale. Saggiamente Cicerone ancora consiglia di “cogitare in otio de negotiis”, cioè approfittare del riposo per far progetti di vita attiva.

Tutte belle parole, e bei consigli, che però ci sembrano provenire da voci lontanissime, da un mondo così diverso dal nostro: il mondo, certamente, di una ristretta elite di privilegiati, per i quali comunque il lavoro e l’impegno quotidiano non avevano raggiunto l’ossessiva cogenza che il lavoro e l’impegno hanno per noi.

Stiamo per andare in vacanza, o siamo già in vacanza, una vacanza che rischiamo di vivere come una perdita di performance, un calo improvviso e sgradito di produzione, un’interruzione fastidiosa della consueta iperattività, che ci fa sentire nel panico di un vuoto cui non siamo preparati.

Cerchiamo qualche buon consiglio nei nostri classici.

Per Nicolas Boileau, scrittore francese vissuto tra il Sei e il Settecento, l’ozio è “il penoso fardello di non aver nulla da fare”. Ci aiuta pochino. Richard Steele, inglese e suo contemporaneo, gli fa eco definendo l’ozio “l’insopportabile fatica di non far nulla”. Di male in peggio. Robert Burton, anche lui inglese ma antecedente di un secolo, e grande maestro di humour, nell’Anatomia della malinconia definisce l’ozio “un’appendice della nobiltà”. Simpatico. Qualche secolo dopo di lui, un altro autore inglese, Jerome K. Jerome (1859 - 1927) tratta l’argomento con spregiudicatezza tutta moderna: “È impossibile godere a fondo l’ozio se non si ha una quantità di lavoro da fare”. Finalmente una parola buona per noi, malati di ansia da prestazione.

E se anche questo non ci bastasse, e volessimo qualche esempio più autorevole, teniamo presente che persino il Signore Iddio “cessò il settimo giorno da ogni suo lavoro”.

autore / Paolo Pivetti
Paolo Pivetti
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