Perché c’è qualcosa e non il nulla: riflessione per gli atei (e non solo)

08 aprile 2016 ore 14:51, intelligo
di Padre Giacobbe Elia (esorcista incaricato dalla Diocesi di Roma) 

Concludevo la catechesi precedente con le osservazioni di Albert Einstein (Ulma, 1879 – Princeton, 1955), l’ebreo non cattolico “affascinato dalla figura luminosa del Nazareno”. Egli insegnava con convinzione che il mondo è regolato da leggi fisiche coerenti, che la nostra ragione è in grado di investigare.  «Alla base di ogni lavoro scientifico – affermava – […] si trova la convinzione, analoga al sentimento religioso, che il mondo è fondato sulla ragione e può essere compreso».  
«La domanda vera, che non ha risposta, – ripeteva quel genio – non è solo quella, pur decisiva: perché c’è qualcosa e non il nulla? Perché c’è un mondo invece del nulla? Ma è anche: perché ciò che esiste è comprensibile? Perché la nostra mente è fatta in modo da poter penetrare le leggi che reggono il cosmo?».

Queste sue riflessioni hanno messo in crisi il più autorevole filosofo dell’ateismo del XX secolo, Anthony Flew (1923–2010), che nella sua maturità ha dichiarando di avere raggiunto la certezza razionale dell’esistenza di Dio: «Credo che l’universo sia stato creato da un’Intelligenza infinita e che le sue intricate leggi manifestino ciò che gli scienziati hanno chiamato la Mente di Dio. Ritengo che la vita e la riproduzione abbiano origine da una Fonte divina». Flew, dopo aver speso la vita a studiare e a negare come “irrazionale” la possibilità della fede, ha dichiarato di non essere approdato a nessuna confessione religiosa, ma ha aggiunto una considerazione assai suggestiva, se teniamo conto che egli considerava religiose anche le più alte intelligenze dell’antichità, Socrate, Platone e Aristotele: «Certamente la figura carismatica di Gesù è così speciale che è sensato prendere in seria considerazione l’annuncio che lo riguarda. Se Dio si è davvero rivelato è plausibile che lo abbia fatto con quel volto».
La ricerca del volto di Dio e la fede nell’immortalità dell’anima sono connaturali all’uomo di ogni cultura, come attestano graffiti e pitture, smentendo il principio di Hegel secondo cui solo “ciò che è razionale è reale”, perché verificabile. Per questo illustre rappresentante dell’idealismo tedesco, è reale e razionale solo ciò che si tocca. Ma ha obiettato Leo Moulin che questo non è che un “ferreo a priori, che è antiscientifico”, negando che possa esistere qualcosa “in più” od “oltre”, qualcosa che per sua natura non è verificabile perché non è materiale e sfugge ai nostri sensi.  Ma quante cose sfuggono ai nostri sensi, senza che noi osiamo negarle? Ci sono suoni emessi a frequenze che noi non percepiamo, ma che gli animali sentono perfettamente. Gli addestratori dei cani non usano forse fischietti ad ultrasuoni per richiamarli? Allo stesso modo noi godiamo della luce, ma senza un prisma ottico che la disperde nelle sue componenti cromatiche non siamo in grado di apprezzarne i singoli colori. Nondimeno noi stimiamo e ammiriamo qualità morali, quali la dignità, l’onestà, la lealtà, il coraggio, il senso della giustizia, l’amore per la famiglia e per la patria… che sono sconosciute agli animali e non sono materiali, eppure non per questo sono meno reali.
Al contrario degli animali, il mistero dell’uomo non si risolve nell’istinto, perché egli è capace di formulare concetti astratti e coerenti e di costruire sistemi elaborati come la filosofia e la matematica; mentre gli animali agiscono solo per istinto, anche quando fanno cose mirabili e spettacolari. Per esempio, la perfezione con cui le più di ventimila specie di api che conosciamo costruiscono le loro cellette di forma prismatica esagonale ha stupito gli studiosi, che solo con calcoli sofisticati hanno compreso che questa è la forma ottimale che permette di utilizzare al meglio il piccolo spazio dell’alveare, di ottenere temperatura e aerazione ideali… ma se noi pretendessimo che le api imparassero dai castori a costruire dighe, rimarremmo molto delusi. Gli animali fanno parte di un disegno mirabile e perfetto del Creatore, che è però sostanzialmente diverso dal nostro. Agli animali Dio non chiede di distinguere il bene dal male né imputa la responsabilità delle loro azioni. «Fra gli animali – ha osservato Victor Hugo – non avviene mai che la creatura nata per essere una colomba si tramuti in falco, ciò che invece sciaguratamente si verifica nel genere umano».  A ben vedere, tutto nel creato e ordine e bellezza e tutto rimanda al Creatore Onnipotente che ha costruito tutto con sapienza e amore. Davvero come scrive Paolo “dalla creazione del mondo in poi, le perfezioni invisibili di Dio possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità” (Rm 1,20).  
«Quando contempliamo ammirati l’universo nella sua grandezza e bellezza, - ha spiegato Giovanni Paolo II - dobbiamo lodare l’intera Trinità, ma in modo speciale il nostro pensiero va al Padre da cui tutto scaturisce, come pienezza fontale dell’essere stesso. Se poi ci soffermiamo sull’ordine che regge il cosmo e ammiriamo la sapienza con cui il Padre l’ha creato dotandolo di leggi che regolano l’esistenza, è spontaneo per noi risalire al Figlio eterno, che la scrittura ci presenta come ‘Parola e Sapienza divina’. Nel mirabile canto che la Sapienza intona nel libro dei Proverbi … essa appare “costituita fin dall’eternità, fin dal principio”. La Sapienza è presente al momento della creazione “come architetto”, pronta a porre le sue delizie “tra i figli dell’uomo”. Sotto questi aspetti la tradizione cristiana ha visto in essa il volto di Cristo, «immagine del Dio invisibile, generato prima di ogni creatura… Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte sussistono in lui». Alla luce della fede cristiana, la creazione poi evoca in modo particolare lo Spirito Santo nel dinamismo che contraddistingue i rapporti tra le cose, all’interno del macrocosmo e del microcosmo, e che si manifesta soprattutto là dove nasce e si manifesta la vita. In forza di quest’esperienza, anche in culture lontane dal cristianesimo si è in qualche modo percepita la presenza di Dio come “spirito” che anima il mondo. Celebre, in questo senso, l’espressione virgiliana: «Spiritus intus alit», «lo spirito alimenta dall’interno». Il cristianesimo sa bene che una tale evocazione dello Spirito sarebbe inaccettabile, se riferita ad una sorta di “anima mundi” intesa in senso panteistico. Ma, escludendo questo errore, resta vero che ogni forma di vita, di animazione, di amore, rinvia in ultima analisi a quello Spirito, di cui la Genesi dice che «aleggiava sulle acque» (Gn 1, 2) all’alba della creazione e nel quale i cristiani, alla luce del Nuovo Testamento, riconoscono un riferimento alla terza Persona della Santissima Trinità. La creazione, infatti, nel suo concetto biblico, “comporta non solo la chiamata all’esistenza dell’essere stesso e del cosmo, cioè il donare l’esistenza, ma anche la presenza dello Spirito di Dio nella creazione, cioè l’inizio del comunicarsi salvifico di Dio alle cose che crea. Il che vale prima di tutto per l’uomo, il quale è stato creato a immagine e somiglianza di Dio”. Di fronte al dispiegarsi della rivelazione cosmica, annunziamo l’opera di Dio con le parole del Salmista: «Mandi il tuo Spirito, sono creati e rinnovi la faccia della terra» (Sal 104, 30).

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