Panama papers, quando i soldi scappano...

08 aprile 2016 ore 15:01, intelligo
Di Alessandro Corneli 

Verità elementare: i soldi scappano: dal fisco troppo vorace ma non solo. Prendiamo il caso del modo in cui fu risolta la crisi di Cipro: nel caso di default di una banca, pagano prima gli azionisti e gli obbligazionisti e, se non basta, si provvede con i depositi al di sopra di centomila euro. Ora, è logico presumere che chiunque non abbia un deposito al di sotto di questa cifra cercherà di mettere al riparo la cifra esuberante o spezzettando il conto o spostando il denaro in luoghi ritenuti più sicuri o investendolo. Difficile sostenere che queste nuove regole non abbiano indotto i soldi a scappare. Mario Draghi continua a rifornire le banche di liquidità ma poiché non si vedono effetti sull’economia reale, vuol dire che le due operazioni si compensano e si annullano.  
Panama papers, quando i soldi scappano...
La vicenda “Panama Papers” si innesta in questo scenario. Persegue forse l’obiettivo di limitare la fuga di capitali nei paradisi fiscali per trattenerli nel circuito bancario tradizionale? Induce, come già sostiene qualcuno, a creare un super paradiso fiscale inaffondabile, cioè gli Stati Uniti? Punta a destabilizzare Vladimir Putin, il cui nome non sembra essere nell’elenco ma viene dedotto dai prestanome?
Sulla prima ipotesi, bisogna attendere i dati sui movimenti dei depositi bancari. Sulla terza ipotesi, c’è una giustificazione politica ma sul piano quantitativo i soldi messi al sicuro (nelle banche occidentali?) dagli amici del presidente russo rappresentano una cifra irrisoria rispetto alla montagna di denaro confluita nelle banche off shore.
La seconda ipotesi è più interessante, ma se vista in prospettiva. Alla fine della prima e della seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti si ritrovarono con una grande quantità di oro di origine estera che, nel primo caso, era servito a pagare le importazioni di beni americani e, nel secondo caso, era sfuggito alla minaccia nazista. Questo oro, pur ridotto in quantità secondo i dati ufficiali, è rimasto negli Usa. Ma la posizione finanziaria americana è delicata: il debito pubblico americano ha superato i 19 mila miliardi di dollari, superiore di mila miliardi di dollari il Pil. Il 34,4% del debito americano è in mani estere: al primo posto la Cina, con il 7,2%, seguita dal Giappone con il 7%; e non può essere rimborsato se non attraverso la creazione di moneta.
Immaginiamo allora che enormi quantità di capitali affluiscano da tutto il mondo nelle banche americane dove sarebbero trasformati in dollari. Non solo i problemi finanziari degli Usa sarebbero risolti, ma gli Usa diventerebbero la cassaforte (come fu con l’oro) di tutto il mondo e, com’è facile concludere, avrebbero un enorme potere di condizionamento della politica e dell’economia  degli Stati i cui cittadini avessero trasferito i loro soldi nella repubblica a stelle e strisce, la quale, probabilmente, accorderebbe a molti di essi anche la cittadinanza. I soldi fuggono e, sulla loro scia, anche i proprietari.

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