Economia al primo posto? Non funziona, né per l’Europa né per la Cina

08 gennaio 2016 ore 10:29, intelligo
di Alessandro Corneli

Il crollo delle Borse di Shanghai e Shenzen – meno 6,8 e meno 8,2 rispettivamente – ha regalato a quelle europee ed americane il primo lunedì nero del nuovo anno.  I titoli dei giornali sono unanimi: la Cina spaventa l’economia globale.
Su questo dato di cronaca finanziaria, che gli analisti sinologi, che hanno preso il posto dei sovietologi nell’empireo degli esperti, sapranno spiegare in base ai dati interni cinesi, sorvolando sull’assurdità di consentire che un singolo paese potesse assumere il ruolo di prima fabbrica del mondo, mettendo in crisi il settore manifatturiero di tutti gli altri, emerge una conclusione di più vasta portata che coinvolge la Cina, il processo d’integrazione dell’Europa e la globalizzazione.  
Colpito duramente è il principio “Economia first”, cioè l’economia al primo posto, l’economia che regola ogni aspetto del vivere sociale. Il resto seguirà. Intendendo con “resto” la politica, un intralcio o una struttura da sottomettere alle leggi del mercato. Su questo principio, più di sessant’anni fa, furono gettate le basi del processo di integrazione dell’Europa secondo il disegno tracciato da Jean Monnet. Dove siamo, è sotto gli occhi di tutti. Allo stesso principio si ispirò la Cina post-maoista. Il “piccolo timoniere”, Deng Xiaoping, tra gli apprezzamenti dell’Occidente che si avviava sulla strada della globalizzazione, disse: “Non importa che il gatto sia bianco o nero; importa che mangi il topo”. Fuor di metafora, significava “economia first”. E la Cina si mise a produrre di tutto con tassi di crescita annua al di sopra del 10%, complici grandi multinazionali che là delocalizzavano gli impianti e poi esportavano in tutto il mondo.  
I leader  politici e i politologi americani, inconsapevolmente marxisti, erano sicuri: lo sviluppo economico della Cina avrà conseguenze politiche, le dinamiche del capitalismo innescheranno le riforme in senso democratico. Il presidente Bill Clinton coniò l’espressione democrazia di mercato”. La stessa convinzione era stata espressa dal ricordato Monnet: l’unificazione economica dell’Europa porterà inevitabilmente alla sua unificazione politica, agli Stati Uniti d’Europa. L’introduzione della moneta unica fu accompagnata dalle stesse rosee  previsioni. Siamo invece di fronte alla rinascita dei nazionalismi: possibile che sia tutta colpa degli immigrati e/o dei terroristi? 
La stessa globalizzazione, glorificata dall’inizio degli Anni Novanta, seguì lo stesso schema logico: la crescente interdipendenza commerciale e finanziaria introdurrà a forza i principi democratici. Ovvero: l’esportazione del capitalismo sarà seguita dall’esportazione della democrazia. Con l’esperienza acquisita di qualche decennio, possiamo dire che questa logica si è dimostrata fallace. In un libro pubblicato nel 1949, l’ex governatore della Reichsbank, Hjalmar Schacht, scrisse: “La storia non è guidata dal capitale, bensì dall’uomo”. I costruttori dell’Europa, gli artefici della spettacolare crescita della Cina, i protagonisti della globalizzazione finanziaria e delle spinte deregolatrici hanno seguito il principio opposto, assegnando al “mercato” il compito di strutturare tutta l’esperienza sociale. Inseguendo l’idea di un mondo senza frontiere e senza Stati, cioè senza politica, il risultato è che si sono creati squilibri economico-commerciali gravi, che non si possono colmare con le carte bollate: ne è un recente esempio la decisione del  Dipartimento di Giustizia e l'Environmental Protection Agency (Epa) americani che intendono imporre alla Volkswagen una sanzione che potrebbe raggiungere i 19 miliardi di dollari per danni provocati alla salute. Ma quanti altri prodotti di largo consumo potrebbero essere parimenti accusati? 
Non sappiamo se dagli Stati Uniti stia per partire, o sia già partita, una nuova parola d’ordine per porre un freno alla globalizzazione e per restituire potere decisionale agli Stati in campo economico. Non sappiamo quanto il ristabilimento dei controlli alle frontiere, deciso da Svezia e Danimarca, che ha spinto la Germania a considerare sospeso il trattato di Schengen, possa contribuire al rilancio economico dell’Europa.

Certo è che l’intervento dei fondi di investimento cinesi controllati dallo Stato, che hanno proceduto a forti acquisti di titoli per risollevare le Borse, getta una lunga ombra sulla fiducia che il mercato, lasciato a se stesso, liberato dalla politica, sappia da solo risolvere le proprie crisi. Di sicuro, non sta allargando gli spazi della democrazia ma si affida a decisori che rispondono delle loro decisioni solo a se stessi.


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