Se l'assassino di Parigi era stato espulso, allora è l'espulsione che non funziona

08 gennaio 2016 ore 16:26, Luca Lippi
La disciplina in tema di espulsioni coatte dal territorio del cittadino straniero entrato a diverso titolo nel nostro Paese è sotto il continuo vaglio della legge poiché spesso fatta oggetto di critiche che fra il giuridico e il populistico comunque annoverano casistiche che creano nocumento alla collettività nonostante siano allineate con i dettami della normativa internazionale. I fatti di Colonia degli ultimi giorni stanno sollevando nuovamente la questione e i timori che la legge non tuteli sufficientemente la sicurezza dei cittadini (peraltro infondati) sono alimentai soprattutto dalla scarsa informazione o dal sospetto che l’amministrazione non applichi la norma come dovrebbe.
In linea generale, la disciplina vigente in tema di espulsioni risulterebbe farraginosa, inefficace, dispendiosa, contrastante con la Costituzione e le norme internazionali e dell’UE. Ogni forma di limitazione della libertà personale va garantita e la criminalizzazione dei migranti attraverso la completa eliminazione dei reati che puniscono l’ingresso o il soggiorno non autorizzati va eliminata prevedendo un programma serio e concreto di superamento del sistema dei CIE e di riforma della legislazione in materia di immigrazione. Questo in linea di principio è quello che i giuristi (coloro che sono preposti a scrivere le norme) consigliano per salvare capra e cavoli. In superficie però, galleggia il problema visibile alla collettività che è quello della mancata espulsione dello straniero che sbarcando in Italia commette crimini, come se non bastassero i delinquenti di casa nostra.
La condizione giuridica dello straniero: Il 6 marzo del 1998 la questione giuridica dello straniero è stata disciplinata organicamente dalla legge n. 40, contenente la "Disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero". Successivamente slittata nel decreto legislativo del 25 luglio 1998 n. 286 "Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero". In data 31 agosto con Decreto del Presidente della Repubblica n. 394 è stato infine emanato il "Regolamento recante norme di attuazione del Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, a norma dell'art.1, comma 6, del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286".
La nuova disciplina, conformemente alla previsione contenuta nel secondo comma dell'articolo 10 della Costituzione, si uniforma alle norme di diritto internazionale e, in sintonia con gli Accordi di Schengen, ridefinisce il termine 'straniero' che non indica più la distinzione tra i propri cittadini nazionali e i cittadini di qualsiasi altro paese, ma si riferisce soltanto a "chi non è cittadino di uno Stato membro delle Comunità europee" (art. 1 Convenzione di applicazione degli Accordi di Schengen). Le disposizioni contenute in queste leggi si applicano infatti ai cittadini di Stati non appartenenti all'Unione europea e agli apolidi (art. 1 della legge 40/98).
Lo 'straniero' della legge 40, "comunque presente alla frontiera o nel territorio dello Stato", è soggetto di diritto al quale sono riconosciuti i "diritti fondamentali della persona umana previsti dalle norme di diritto interno, dalle Convenzioni internazionali in vigore e dai principi di diritto internazionale generalmente riconosciuti" (art. 2). Nella nuova legge, accanto ad un ampio riconoscimento giuridico e socio economico per gli stranieri regolari, vi è un inasprimento del trattamento degli stranieri irregolari. Improntata ad una sorta di doppio binario, questa legge da una parte inquadra lo status sociale dell'immigrato, ponendo le basi per una sua reale integrazione, dall'altra regola rigidamente i profili di 'polizia' (ingresso, soggiorno, espulsione). 

Se l'assassino di Parigi era stato espulso, allora è l'espulsione che non funziona
L’espulsione: L'art. 152, primo comma del Testo unico di pubblica sicurezza attribuisce ai prefetti delle province di frontiera il potere di respingere, per motivi di ordine pubblico, gli stranieri che non sono in grado di dimostrare la propria identità o che sono sprovvisti di mezzi, e quindi, potenzialmente pericolosi per l'ordine pubblico. L'art. 271 del Regolamento precisa che devono essere in ogni caso respinti gli stranieri "indigenti, dediti alla prostituzione o che svolgono mestieri dissimulanti l'ozio, il vagabondaggio o la questua". Per quanto riguarda l'espulsione il Testo unico di pubblica sicurezza prevede:
un'ipotesi di espulsione amministrativa, disposta dal prefetto nei confronti dello straniero clandestino che ha violato le norme sul soggiorno;
un'ipotesi di espulsione disposta dal Ministro dell'Interno di concerto con il Ministro degli Esteri per motivi di ordine pubblico;
un'ipotesi di espulsione giurisdizionale nei confronti dello straniero condannato per delitti.
La legge Martelli distingue i provvedimenti di espulsione da quelli di respingimento. Questi ultimi cessano di costituire una misura applicabile a stranieri già presenti nel territorio, divenendo conseguenza soltanto dell'accertamento negativo del possesso dei requisiti necessari per l'ingresso, richiesti allo straniero dalle disposizioni normative ed amministrative. 

L'espulsione diviene l'unico mezzo di allontanamento dello straniero presente sul territorio e può essere disposta nei confronti:
degli stranieri condannati con sentenza passata in giudicato per uno dei delitti previsti dall'art. 380, commi 1 e 2 del codice di procedura penale, ossia per i delitti ritenuti più gravi, per i quali è previsto l'arresto obbligatorio in caso di flagranza;
degli stranieri ritenuti responsabili, direttamente o per interposta persona, anche se non ancora condannati, di violazioni gravi, in Italia e all'estero, di norme valutarie, doganali, di norme sulla tutela del patrimonio artistico, di disposizioni in materia di intermediazione di manodopera, di sfruttamento della prostituzione o di delitti contro la libertà sessuale;
degli stranieri che hanno violato le disposizioni in materia di ingresso e soggiorno;
degli stranieri che costituiscono una minaccia per l'ordine pubblico o la sicurezza dello Stato;
degli stranieri appartenenti ad una delle categorie dei cosiddetti soggetti pericolosi nei confronti dei quali esistono gli estremi per l'adozione di una misura di prevenzione;
degli stranieri che non dimostrino la sufficienza e la liceità delle fonti del loro sostentamento.

Nel 1993 viene convertito in legge n. 296 il cosiddetto decreto Conso. Il decreto introduce una nuova forma di espulsione 'a richiesta' dello straniero sottoposto a custodia cautelare per delitti diversi da quelli indicati nell'art. 407, secondo comma lett. a, numeri da 1 a 6 codice di procedura penale, o condannato ad una pena non superiore a tre anni (anche se costituente parte residua di maggior pena). La Corte costituzionale con sentenza n. 62 del 1994, qualificando questa figura di espulsione quale ipotesi di sospensione della detenzione, ne riconosce la legittimità, attribuendo notevole rilievo alla volontà dell'interessato, la cui richiesta rappresenta un requisito essenziale ed ineliminabile della fattispecie.
Nel novembre del 1995, a poco più di due anni dal decreto Conso, il governo Dini adotta, sull'onda dell'ennesima emergenza immigrazione, il decreto legge n. 489 che alla fine non viene convertito. Il decreto Dini presenta due significative novità. Da una parte, viene introdotta una nuova figura di espulsione quale misura di prevenzione, disposta dal pretore su richiesta del pubblico ministero. Dall'altra, viene stabilita l'applicabilità della misura cautelare dell'obbligo di dimora da parte dell'autorità giudiziaria per i casi in cui sussista pericolo di fuga o risulti necessario procedere ad accertamenti sulla identità della persona da espellere. In conformità all'art. 283, comma 4 codice di procedura penale, il provvedimento applicativo dell'obbligo di dimora può contenere la prescrizione "di non allontanarsi dall'edificio o struttura indicati nel provvedimento e scelti tra quelli individuati con uno o più decreti del Ministro dell'Interno": con questa norma, fanno la prima timida apparizione i centri di permanenza temporanea e assistenza che costituiscono oggi uno dei punti di forza della normativa vigente.
La vera 'svolta' nell'esecuzione dei provvedimenti di espulsione si ha soltanto nel '98 con la creazione, da parte della legge Turco-Napolitano, dei centri di permanenza temporanea e assistenza.

Saltando le varie misure di espulsione, vediamo nello specifico l’espulsione a titolo di misura di sicurezza: tale misura è disposta dal giudice nei confronti dello straniero condannato per taluno dei reati per i quali è previsto l'arresto obbligatorio o facoltativo in flagranza (artt. 380-381 codice di procedura penale), qualora sia ritenuto socialmente pericoloso. Il giudice penale può inoltre ordinare l'espulsione, in sede di condanna, a seguito di una pronuncia, anche non definitiva, nei confronti:
dello straniero condannato per un delitto contro la personalità dello Stato;
dello straniero condannato alla reclusione per un periodo non inferiore a 10 anni (artt. 235 e 312 codice penale);
dello straniero condannato per uno dei reati che prevedono l'espulsione in sentenza (come ad esempio quelli in materia di stupefacenti e di contrabbando di tabacchi lavorati).
Questo tipo di espulsione è prevista in caso di condanna per numerose fattispecie di reati, siano essi anche solo tentati, dolosi, colposi, o ritenuti non gravi, con il solo temperamento rappresentato dalla necessaria previa valutazione della pericolosità sociale dello straniero, propria di ogni misura di sicurezza.
Ai sensi dell'art. 211 del codice penale, come per ogni altra misura di sicurezza, l'espulsione si esegue dopo l'esecuzione della pena detentiva o, se è irrogata una sanzione non detentiva, dopo che la condanna è divenuta irrevocabile. L'accertamento della pericolosità, oltre a sussistere al momento della decisione della sentenza, deve essere ripetuto, ai sensi dell'art. 203 del codice penale, anche al momento dell'esecuzione della misura dell'espulsione. L'esistenza della pericolosità è quindi riaccertata in concreto dal magistrato di sorveglianza al momento dell'esecuzione dell'espulsione su richiesta del pubblico ministero o d'ufficio. L'espulsione come misura di sicurezza viene perciò eseguita solo se il magistrato, in corso di riesame della pericolosità, ritenga che lo straniero sia ancora persona socialmente pericolosa, altrimenti, in caso di valutazione contraria, il provvedimento di espulsione è revocato (art. 679 del codice di procedura penale).
Lo straniero può sempre chiedere la revoca della misura di sicurezza a seguito di riesame della pericolosità sociale fino a quando non è stata eseguita l'espulsione (art. 208 codice penale).
Detto questo, è ora più semplice capire il perché diventa sempre più complicato gestire un fenomeno di immigrazione di massa soprattutto in relazione ai pericoli di elevato rischio delinquenziale, in parole semplici, l’evento è straordinario al punto tale che una normativa (nazionale o internazionale) non è sufficiente a gestire il fenomeno se non rimane dentro una proporzione accettabile. In altri tempi si sarebbe ricorso allo “stato di polizia”, ma nei fatti è impossibile utilizzare uno strumento normativo composto per regolare situazioni comprensibilmente fisiologiche, per fermare un vero e proprio esodo, è come voler fermare il vento con le mani. 

autore / Luca Lippi
Luca Lippi
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