Direzione Pd, tutti i nodi sul piatto. E (la) Speranza c'è nel congresso…

08 giugno 2015, Lucia Bigozzi
Direzione Pd, tutti i nodi sul piatto. E (la) Speranza c'è nel congresso…
Nel tweet di Area Riformista c’è molto di quello che stasera, sarà la Direzione Pd. Perché il “parlamentino” democratico non sarà solo l’ennesimo annunciato redde rationem tra maggioranza e minoranza sull’esito elettorale. No, sarà soprattutto un faccia a faccia che potrebbe aprire la strada alla sfida congressuale, peraltro già lanciata dagli anti-renziani alla segreteria Renzi. 

IL TWEET SOSPETTO. Sfida che sta nel tweet di Area Riformista, il composito “correntone” dove sono confluiti i “rivoli” bersaniani, dalemiani, cuperliani, parte dei giovani turchi. Il tweet che deve aver fatto fischiare le orecchie al premier-segretario cinguetta così: “#Scuola #Senato #Partito facciamo fatica ad andare avanti così. Ci stiamo preparando alla sfida congressuale”. Non ci sono molti margini interpretativi sul senso, a maggior ragione se si declina nel ragionamento che Roberto Speranza, ‘leader’ del medesimo “correntone” dimessosi da capogruppo alla Camera perché su un pianeta diverso da quello renziano su scuola e legge elettorale, affida ai suoi, quasi a ‘caricare’ le batterie in vista del ‘ring’ serale. 

Speranza non usa il machete, ci va di fioretto ma in fondo, il senso del messaggio a Renzi non cambia: il premier “può arrivare al 2018 solo se cancella l’idea del partito della Nazione, se cambia su scuola e riforme, se insiste sui diritti civili, se vara un provvedimento per la lotta alla povertà”. Una serie di ‘se’ senza ma che suonano come un ultimatum alla maggioranza dem. Perché per l’ex capogruppo “la priorità politica è costruire un Pd che sia e resti il grande soggetto del centrosinistra, scongiurando definitivamente l'ipotesi del partito della Nazione in cui scompaiono i confini tra destra e sinistra”. 

Insomma, Renzi stracci il ‘suo’ PdN, altrimenti non andrà lontano. Piuttosto, torni sui banchi di scuola - intesa come riforma – e si renda conto che su questo punto, “la frattura tra il Pd e un pezzo molto largo del nostro elettorato è stato un errore grave. Sono fiducioso, nelle prossime ore vedremo dei cambiamenti”. In realtà il prezzo che Renzi dovrebbe pagare in cambio della ri-trovata unità del partito coincide con il dietrofront con tutti cavalli di battaglia che fin qui hanno caratterizzato la sua stagione di leader e cambiato verso al Nazareno. Difficile che proprio stasera, Renzi in Direzione risponda ai ribelli riformisti: ok, torniamo indietro. Facile comprendere le conseguenze di un braccio di ferro permanente.

Non solo scuola ma anche Italicum e Jobs Act, che Speranza colloca tra gli errori del Pd che “abbiamo pagato sul piano elettorale. Questa rotta va assolutamente invertita. Lavoriamo tutti insieme per arrivare al 2018 anche perché fuori dal Pd la fotografia è Salvini-Berlusconi-Grillo ed è davvero inquietante”. Non rompe come ha fatto Civati e come promette di fare Stefano Fassina se la riforma della scuola al Senato non cambierà passo, ma mette in guardia sulla durata della legislatura al 2018, possibile solo “a condizione che ci sia una nuova capacità di unire il Pd a differenza di quello che è avvenuto negli ultimi mesi”. Della serie: Renzi resterà a Palazzo Chigi fino al 2018 se saprà ricostruire “una unità vera del partito. Lo può fare solo Renzi cambiando alcuni atteggiamenti che non hanno funzionato. Solo così arriviamo fino in fondo”.

E se Gianni Cuperlo gli fa da sponda quando dice che in Direzione “serve una discussione serena ma franca” è evidente che l’analisi sul 5 a 2 alle regionali è già finita dietro le quinte, mentre dal palcoscenico dem i big di Area Riformista lanciano l’Opa alla segreteria Renzi. 
autore / Lucia Bigozzi
Lucia Bigozzi
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