Aids: il "taglia e incolla" che elimina il virus dalle cellule

08 giugno 2016 ore 10:17, Adriano Scianca
Eliminare il Dna dell'Hiv da cellule e tessuti prelevati da pazienti sieropositivi al virus dell'Aids grazie a delle “forbici molecolari”. È quanto è stato fatto in un esperimento (“perfettamente riuscito”) nato da una collaborazione tra l'università degli Studi di Milano e la Temple University statunitense. L'esperimento è stato pubblicato su 'Gene Therapy', rivista del gruppo 'Nature'. Il traguardo finale è "eradicare il genoma del virus Hiv dalle cellule di pazienti sieropositivi", spiegano dalla Statale che annuncia il successo di una "prova generale" grazie alla quale si apre "la possibilità di definire un nuovo e definitivo trattamento" anti-Aids.
 
Aids: il 'taglia e incolla' che elimina il virus dalle cellule
I ricercatori hanno utilizzato la tecnica Crispr/Cas9, un sistema figlio dell'ingegneria genetica che consente di tagliare il genoma di un organismo in qualsiasi punto in maniera molto precisa, aggiungendo, rimuovendo o cambiando la sequenza di geni specifici. Una specie di “taglia e incolla” molecolare. Per gli autori, "i risultati raggiunti in questo lavoro aprono la strada alla possibilità di nuove e promettenti sperimentazioni". Grazie allo studio Italia-Usa, infatti, il sogno è più vicino: eliminare definitivamente il Dna dell'Hiv dai pazienti infettati dal virus dell'Aids, liberandoli per sempre dalle terapie che oggi devono assumere a vita per evitare che la sieropositività sfoci in malattia conclamata. Insomma, la ricerca sull'Aids fa passi avanti. 

Non altrettanto la consapevolezza diffusa su questa malattia. Secondo un'indagine Swg commissionata dall'associazione di malati Nps Italia onlus, solo il 50% delle persone sa rispondere alla domanda su cosa sia l'Hiv. Tra i giovani tra 25 e 34 anni, potenzialmente i più interessati al contagio per via sessuale, solo poco più della metà (57%) ha risposto correttamente alla domanda su come si trasmetta il virus dell'Hiv, mentre le persone con più di 64 anni sono risultate più informate (70% dei casi). Secondo l'associazione, il problema sta anche nella qualità dell'informazione su questa malattia.

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