Export cinese soffre: cede 4,1% ma fa parte di una strategia

08 giugno 2016 ore 23:59, Luca Lippi
La People’s Bank of China, la banca centrale del paese asiatico, ha confermato la sua previsione di espansione del PIL per l’anno in corso, rivedendo al rialzo, invece, le sue stime di inflazione al 2,4% dall’1,7% indicato lo scorso dicembre.
L’istituto centrale cinese ha anche aggiornato le sue previsioni per la crescita degli investimenti di capitale fisso all’11% dal 10,8% indicato nella stima precedente. 
Sullo sfondo resta la debolezza dei prezzi import-export. Nel mese di maggio, le esportazioni hanno registrato una contrazione del 4,1% maggiore del previsto (-3,6%) mentre le importazioni sono scese dello 0,4%, seppur in misura più contenuta dal novembre 2014. Il surplus commerciale si è attestato quindi a 49,98 miliardi di dollari a fronte di attese per 58 miliardi di dollari e contro i 45,6 miliardi di aprile.

Export cinese soffre: cede 4,1% ma fa parte di una strategia

È tuttavia un dato ampiamente atteso dalle istituzioni finanziarie cinesi, forse un pelo più consistente, la previsione era del 4%, quindi nulla che si possa considerare fuori controllo. La Cina dispone di moltissima liquidità, quindi a livello macro, il fatto di lasciare ferme le attività generali non implica la mancanza di forza propulsiva per rilanciarle in qualunque momento.
La Cina sta affrontando una difficile transizione, e il processo ancora non è compiuto. L'obiettivo è migliorare la domanda interna, basare cioè l'economia sui consumi e non più solamente sull'export di massa. Ma è una trasformazione lunga, e nel corso di questa trasformazione la Cina si trova a fronteggiare fattori di destabilizzazione inaspettati e molto influenti, in negativo, quali il crollo del petrolio e delle materie prime che ha portato a una marcata deflazione che in Cina dura da 48 mesi consecutivi, nonché la stagnazione di molti mercati fondamentali, dall'Europa alla Russia. Parte integrante di questa transizione è il miglioramento della produttività del lavoro, dell'efficienza del capitale, della qualità degli investimenti.
La ristrutturazione industriale risulta lunga e inevitabilmente sofferta perché moltissime imprese, private e pubbliche, queste ultime ormai sono meno della metà del totale, accusano gravi ritardi nell'adeguamento ai moderni criteri di produttività. Sono inoltre pesantemente indebitate, tant'è vero che molte di esse sono virtualmente fallite, le cosiddetto zombie companies, però chiuderle è tremendamente difficile. Di fatto, nella storia economica mondiale non si ignorano passaggi simili prima di riemergere a migliori sorti, diciamo che sono condizioni cui non si può rinunciare nelle fasi di ristruttarizione che inevitabilmente comprendono costi piuttosto elevati.
C’è poi la spiccata propensione al risparmio da parte dei cinesi che in qualche modo sclerotizza il processo di rinnovamento economico, costringendo le imprese a indebitarsi costosamente con le banche. Il ritardo che si sta accumulando ha fatto in modo che le economie asiatiche concorrenti stanno sostituendosi a quella cinese, tuttavia il problema si può superare azionando la leva sul cambio. Allo stato attuale il costo delle politiche monetarie cinesi è costato al Paese oltre 800 miliardi di dollari, ma questo è un problema superabile nel momento in cui la Cina riprenderà possesso dei suoi primati pur dovendo combattere con un dato di fatto inconfutabile; la Cina non possiede materie prime, le deve comprare dall’estero per poterle lavorare, trovato l’equilibrio sui saldi primari la Cina è pronta per ripartire senza dover cambiare il motore. È solo una lotta contro i tempi!

autore / Luca Lippi
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