I veri negoziati con la Grecia: occhio agli Usa e l'effetto Cina

08 luglio 2015, Luca Lippi
I veri negoziati con la Grecia: occhio agli Usa e l'effetto Cina
 La partita reale si sta svolgendo sia in Occidente sia nell’area asiatica fra i banchieri che stanno per mettere in azione il piano “B” che consiste in un “nuovo sistema finanziario”. È la notizia più concreta che si possa offrire a un attento osservatore che è stanco di “pantomime” inutili.

I burocrati europei, come è evidente, stanno sbattendo la coda come un pesce fuori dal mare perché sanno di rischiare il favore, concesso dalla finanza, nella nomina a rappresentare o intermediare in nome e per conto delle banche.

La realtà è che la Grecia ha “chiarissimamente” detto (soprattutto col conforto del referendum)  che non ci saranno pagamenti di ulteriori rate: è una netta presa di posizione contro il “sistema finanziario” prima ancora che contro la burocrazia europea.

Da qui è l’inizio del famoso “effetto domino” che colpisce il sistema bancario di matrice finanziaria statunitense. Ovviamente parlare di effetto domino nel sistema finanziario inevitabilmente procura il domino che, nell’ordine, potrebbe mettere in seria difficoltà Spagna, Portogallo, Irlanda, Italia, Francia, Germania e in ultimo gli Stati Uniti.

Questo spiega l’eloquio di Padoan (normalmente poco generoso di parole) che a martello ci tiene a ricordare la solidità del sistema finanziario italiano (excusatio non petita…). 

Il Fmi ha pubblicato una relazione che chiede una dilazione di 20 anni dei pagamenti del debito greco, perché se il Fmi elenca i prestiti dati alla Grecia senza aver raggiunto il buon fine, dovranno ammettere che loro stessi sono insolventi. I principali Paesi creditori del mondo, come la Cina (così cogliamo l’occasione per spiegare la fibrillazione della Borsa asiatica) e altri Paesi asiatici si rifiutano di prestare altri soldi al Fmi perché ha fallito e perché il fallimento coinvolge i finanziatori senza che questi possano intervenire nella gestione dell’istituzione (Washington detiene il potere decisionale). La situazione reale è che Washington non può disporre il bail out (salvataggio) del Fmi o della Bce perché il sistema finanziario statunitense stesso è a rischio. Hanno mantenuto il loro debito congelato a 18.112 miliardi dollari da quando hanno perso un pagamento dovuto loro il 15 marzo.

Il domino non si ferma qui, si perde nella nuvola di polvere creata dalla deflagrazione greca il mancato pagamento di rate di un’altra colonia americana, l’Ucraina, che a causa del mancato apporto greco non può godere dei favori “concreti” del Fmi (figli e figliastri). E poi, c’è Porto Rico che per essere stato “comprato” dagli Usa con continui aiuti finanziari oggi non è più in grado di onorare i suoi debiti.

Quindi l’America sta recuperando più soldi che può non per sussidiare le colonie (Europa compresa) ma per evitare di dover alzare “bandiera bianca”, e allora ritira soldi da dove ha investito con più vigore, in Cina appunto.

Ecco che da settimane la Borsa Cinese sta perdendo oltre il 30% perché c’è una emorragia di denaro e non ci sono compratori stranieri per i loro prodotti industriali (e qui gongola Putin che senza muovere un dito osserva l’autodistruzione senza dover accendere il motore di un solo carro armato). Fa spavento pensare che un 'microbo economico' come la Grecia possa aver scoperchiato tutto questo, eppure è la realtà. I negoziati per salvare la Grecia non sono sui tavoli a Bruxelles, è quasi inutile seguire le “veline”: la partita si svolge altrove e non è dato conoscerne modalità e luoghi.

Massima attenzione alla neonata Asian Investment Bank (il nuovo potenziale padrone del mondo finanziario) che rispetto al Fmi e alla Banca Mondiale d’investimenti avrà un budget 70 volte più grande, abbastanza per fornire annualmente 1.000 dollari di valore di beni e servizi per ogni uomo, donna e bambino sul pianeta. Sempre che non sbagli investimenti anch’essa.

autore / Luca Lippi
Luca Lippi
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