L'EDITORIALE DEL DIRETTORE. L'harakiri di Galli della Loggia: si scopre conservatore

08 maggio 2015, Fabio Torriero
L'EDITORIALE DEL DIRETTORE. L'harakiri di Galli della Loggia: si scopre conservatore
Quando scrive Ernesto Galli della Loggia c’è da rallegrarsi e preoccuparsi.
Da rallegrarsi, perché dopo decenni passati ad esaltare il presente e i leader del “nuovo” (pur con accenti critici), ha finalmente riconosciuto i limiti di una cultura (quella liberale), di cui è stato, ed è illuminante e importante punto di riferimento. 

Dando di fatto ragione a chi di quella cultura non ha mai fatto parte, non fa parte, o almeno non nel senso anglo-sassone della parola (liberali a destra e laburisti a sinistra). Schema che, intellettuali simili a lui e politici provinciali, largamente ignoranti o col complesso di inferiorità (si legga esterofilia o masochismo nazionale), hanno tentato di imporre da noi. Sbagliando. Perché noi siamo figli di un’altra storia (è una peculiarità, non un’anomalia): della destra storica risorgimentale che è stata liberale in politica e non liberista (o non unicamente liberista) in economia; della dottrina sociale della Chiesa, del riformismo giolittiano (la legge sulle 8 ore lavorative, la tutela del lavoro femminile e dei minori), e del Welfare di Mussolini (l’economia mista, gli enti previdenziali, gli istituti nazionali). Uso volutamente queste categorie, non per enfasi passatista; perché Galli della Loggia in uno splendido e pericoloso articolo sul Corriere della sera, ha recuperato pienamente queste categorie, attualizzandole, alla luce del fiasco della cosiddetta seconda Repubblica (Berlusconi, D’Alema, Bossi etc). 

Da qui viene, infatti, la preoccupazione e la pericolosità oggettiva dell’analisi dell’intellettuale: spostare la responsabilità di un suicidio culturale, politico, sociale e istituzionale, scippando e svuotando le culture alternative, lasciandole all’estremismo o al populismo caricaturale (la conclusione del suo articolo sul rischio-Salvini è emblematica). Una prova? Il pensiero unico delle parole. Se si afferma di non essere liberisti, automaticamente e mediaticamente, si finisce nel campo degli statalisti, degli amanti dell’assistenzialismo e magari della corruzione pubblica partitocratica. Se non ci si definisce liberali, automaticamente e sempre
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mediaticamente, si viene visti come fan delle dittature e dei totalitarismi anti-democratici (nazisti, fascisti e comunisti). Se ci si definisce cattolici e non liberali, si finisce nel novero dei reazionari e dei sostenitori dello Stato etico o confessionale. 

Ma entriamo nel dettaglio. Galli della Loggia scrive che “stiamo diventando conservatori nostalgici dello Stato. 

Non come astratto feticcio, ma come quell’insieme di organi e funzioni di controllo e vigilanza preziosi al centro come nelle periferie… nostalgici di quello Stato ancora non rassegnato all’inefficienza dei suoi uffici e al potere delle lobby e dei sindacati… nostalgici dello Stato e della Banca d’Italia, dei Provveditorati, del Genio Civile e delle Prefetture…”. 

E ancora: “Nostalgici di una nuova Italia conservatrice, capace di conservare una scuola capace di tenere a bada le famiglie e mantenere la disciplina, con insegnanti bravi consci del loro ruolo e in grado di farsi ubbidire”. Meraviglioso quanto sconvolgente. Peccato che tali considerazioni dimostrino, al contrario, il fiasco del pensiero e della cultura liberale (intesa come religione universale, come uomo ideologico e non storico). 

Peccato che per anni e anni, le parole Stato, sovranità, identità, patria, autorità, disciplina, pubblico, gerarchia, meritocrazia, ordine, legalità, scuola pubblica selettiva, siano state associate o lasciate alla destra estrema, alla destra etica e impolitica; siano state ridicolizzate, banalizzate, rimosse, da una contro-cultura liberal-liberista (cui si è accodata la sinistra radical e liberal), che ha prodotto soltanto danni, e di cui Galli della Loggia si è accorto e che solo oggi denuncia. Danni devastanti, nel nome e nel segno di una concezione democratica sbracata, individualista, antistatale in politica, ultra-liberista in economia e ultragarantista nel diritto, dove alla parola libertà ha fatto seguito la sua degenerazione libertaria. Dal ‘68 in poi, il liberalismo è diventato libertarismo a 360 gradi (Smith e Marx si sono incontrati sulla strada di Marcuse): la libertà ha divorziato dall’autorità, dal limite, dalla responsabilità, dalla morale. La mistica dei diritti ha prevalso sui doveri. L’individualismo è diventato pulsione dell’io. E guai a parlare di Dio, di etica, di morale. Il laicismo, l’ateismo, la società secolarizzata, il materialismo, il consumismo, il relativismo e il nichilismo (ultimo nostro attuale stadio), sono stati i frutti perversi e funesti di quell’Illuminismo che ha messo l’uomo (uomo-Dio) al posto di Dio nella vita dei popoli e nella storia; qualificando Dio come l’origine di tutti i mali (tema che ricorre anche in funzione anti-Isis). 

La causa prima dell’inciviltà e del regresso dell’uomo. Dio come attentato alla sovranità dell’io, al mito della libertà assoluta. Per non parlare di economia. Galli della Loggia ha (consciamente o inconsciamente) esaltato o auspicato il ritorno allo e dello Stato. Come la mettiamo col fatto che la deregulation, il culto delle privatizzazioni, la de-statalizzazione, siano state e siano ancora per molti aspetti, le parole d’ordine della modernizzazione liberale (alla Thatcher o alla Reagan, le icone del liberali-liberismo)? Galli della Loggia forse sta approdando ad una nuova forma di liberalismo compassionevole (più sociale), o di laburismo nazionale (con un pizzico di Stato)? Non lo credo.

Per non parlare del pensiero gender. Ultima, estrema declinazione del liberalismo. Non viene il sospetto che il desiderio illimitato (l’economia non come necessità, ma come pulsione; la vita come mercato e supermercato, dove tutto è merce, si compra e si vende, dagli uteri ai figli, dalle cose ai matrimoni, secondo l’impulso del momento), sia l’eredità del capitalismo liberale, del dio–profitto, del dio-mercato venduto come neutro, dell’utilitarismo economico, dell’egoismo sociale? E della società liquida di Bauman, tanto declamata, che sradica i popoli, gli uomini dalle loro identità, dai legami sociali, identitari, storici, culturali, religiosi, biologici, sessuali? Perdendo i quali l’uomo diventa, come è diventato, un ibrido, un indifferenziato, un mero consumatore, uno schiavo mondiale, globale e cosmopolita del governo mondiale dell’economia? 

Questa degenerazione planetaria non è stata introdotta dal pensiero liberale-ottocentesco? Una disamina e un’eterogenesi dei fini (liberal-liberisti), che in modo rovesciato, Galli della Loggia finisce per condividere, quando ritiene che bisogna “conservare le tradizioni, i borghi, i paesi dell’Italia antica, i palazzi e le opere d’arte, che sono il passato vivo e vitale del Paese, tornando a onorare le dimensioni antiche come le buone maniere, il senso comune”. 

Ma questa, in altre parole, spieghiamolo e spieghiamoglielo, è la tradizione, l’identità, la sovranità, che il cosmopolitismo modernista-liberale, il cittadino del mondo, ha distrutto prima economicamente, poi culturalmente. Aprendo il varco all’odierno nichilismo sociale. Valori bollati come nazionalismo. Il senso comune, caro Galli della Loggia è il Noi, non l’io. E’ il primato della comunità, della polis, della res-publica, non della libertà dell’individuo. 

A qualcuno sovviene Emmanuel Mounier e il suo personalismo comunitario? Sono d’accordo con la bocciatura dei vari Berlusconi, Bossi, D’Alema, ma per motivi opposti a quelli di Galli della Loggia. 

Non hanno scimmiottato il cambiamento non riuscendoci. Non potevano per dna: il berlusconismo culturale (la vita-spettacolo, le pulsioni dell’io, il mero profitto, l’aziendalismo in politica, il populismo liberista), il bossismo (l’egoismo territoriale anti-Stato) e il dalemismo (il riformismo sessantottino), sono state tutte facce della stessa medaglia: la declinazione politica della cultura liberale. Lo scopo di Galli della Loggia, riassumendo, è chiaro: salvare le sue categorie con una linfa diversa. Occorre smascherare la strategia. Valorizzare il pensiero identitario, dalla religione alla storia di un popolo (l’unica risposta), per processare e rendere lampante il vero fallimento che stiamo quotidianamente pagando come professionisti, come lavoratori, studenti, famiglie e italiani.

Bernanos, il famoso scrittore cattolico francese, ha detto una volta che “bisogna vincere la battaglia delle parole, perché se si perde la battaglia delle parole, si perde la battaglia delle idee”. 

Il sogno è che un domani da noi la parola conservatore faccia rima con “buono e bello” e non obbligatoriamente con “retrivo, odioso e superato” (da qui la correzione buonista, ormai diventata moda, abitudine lessicale, di fronte ad un conservatore intelligente: lo si definiva e definisce per non umiliarlo, “conservatore illuminato”), e tanto per divertirci, per qualche annetto, sempre il sogno, è che possa iniziare una campagna tesa a criticare la parola progressista.

Su questo posso dare la mano da non convinto estimatore di Galli della Loggia.
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