Repubblica centrafricana, ora la Francia indaga su presunti abusi sessuali dei caschi blu

08 maggio 2015, intelligo
Repubblica centrafricana, ora la Francia indaga su presunti abusi sessuali dei caschi blu
di Raffaele Mancino

Non si respira un clima sereno alle Nazioni Unite. La questione della responsabilità penale per gli atti commessi dai famosi caschi blu è tornata alla ribalta, dopo che la settimana scorsa The Guardian ha rilasciato parte di un rapporto confidenziale riguardante presunti abusi sessuali commessi su minori da militari francesi in missione nella Repubblica Centrafricana. 

Il documento, intitolato “Abusi sessuali su bambini da parte delle forze armate internazionali” e fatto filtrare senza autorizzazione da un dipendente dell’ONU di Ginevra, Anders Kompass, pare contenere testimonianze dirette e raccapriccianti di bambini dai 9 ai 13 anni che avrebbero subìto abusi sessuali in cambio di scorte di cibo. I fatti sarebbero avvenuti tra dicembre 2013 e giugno 2014 nel campo per rifugiati dell’aeroporto di M’Poko, nella capitale centrafricana, e vedrebbero coinvolti 14 militari francesi.

La situazione, che in un primo tempo rischiava di sfuggire di mano, inizia ad assumere contorni più definiti. Inizialmente le Nazioni Unite avevano immediatamente allontanato lo svedese Anders Kompass, responsabile della fuga di notizie, ma due giorni fa il tribunale interno all’organizzazione ha sospeso tale decisione, essendo ancora in corso un procedimento disciplinare nei suoi confronti. L’intero staff di Ginevra è in subbuglio, tant’è che proprio oggi tutto il personale dipendente terrà una riunione eccezionale per discutere di come preservare la confidenzialità delle informazioni in possesso dell’organizzazione.

Anche le autorità francesi non sono rimaste inermi. Il Procuratore di Parigi ha prontamente annunciato l’apertura di un’inchiesta contro ignoti per i presunti crimini commessi nella Repubblica Centrafricana da parte dei soldati francesi, alcuni dei quali non sono ancora stati identificati.

D’altronde, non sarebbe la prima volta che i caschi blu delle Nazioni Unite si rendono responsabili di atti illeciti nell’esercizio delle loro funzioni. Basti ricordare i casi del Congo, del Kosovo e della Bosnia, gli unici finora a essere stati ufficialmente riconosciuti e sanzionati. La questione è altamente delicata, soprattutto per ciò che riguarda chi dovrebbe essere responsabile per le azioni commesse dai peacekeepers, e far valere tale responsabilità nell’avvio e nella condotta dei necessari procedimenti disciplinari. Talmente delicata che una bozza di convenzione sulla responsabilità penale dei peacekeepers, capace di impedire l’impunità dei caschi blu per i reati commessi, è ferma da anni in seno a uno dei tanti comitati dell’Assemblea Generale dell’ONU.

Interessante notare come il progetto di Convenzione sia nato sulla base di un rapporto presentato esattamente dieci anni fa dall’attuale Alto Commissario dell’ONU per i Diritti Umani, Zeid Ra’ad al-Hussein, che all’epoca svolgeva l’incarico di Consigliere Speciale del Segretario Generale delle Nazioni Unite. Che sia #lavoltabuona per un passo in avanti?
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