No Expo Sangermano, Zecchi: “Mi pare un caso clownesco. La realtà va oltre le macchiette di Fiorello"

08 maggio 2015, Lucia Bigozzi
No Expo Sangermano, Zecchi: “Mi pare un caso clownesco. La realtà va oltre le macchiette di Fiorello'
“Il caso del ragazzo NoExpo mi pare clownesco”. Muove da qui l’analisi di Stefano Zecchi, professore ordinario di Estetica all’Università di Milano, che nell’intervista a Intelligonews, spiega dal punto di vista pedagogico cosa insegna e cosa racconta la vicenda finita alla ribalta dei media. Con un’incursione sul ruolo della famiglia. 

Cosa insegna dal punto di vista pedagogico la storia di Mattia Sangermano, il ragazzo no Expo finito su tutti i media?

«La prima considerazione da fare è che si tratta, in generale, di un caso di cattiva informazione. Molte volte, vedo giovani che in buona fede e culturalmente a posto, protestano senza sapere le cose. La seconda considerazione è che questo ragazzo agli elementi che ho appena indicato, aggiunge un aspetto clownesco, per cui la superficialità è quella che diventa più evidente nella comunicazione e questa fa il paio con le sue smentite, le sue ritrattazioni. Poi è chiaro che tutto ciò viene enfatizzato dai mezzi di comunicazione ma a me sembra come una macchietta che potrebbe fare Fiorello. In questi casi, la realtà è più buffa e clownesca dell’imitazione che si può fare della realtà»

Da un lato emerge la forza dei genitori che lo rimproverano e stigmatizzano le due dichiarazioni; dall’altro la debolezza di molti giovani. Qual è la sua valutazione?

«È chiaro che la famiglia è alla base della formazione di un bambino, dopodichè lo sviluppo di un adolescente, di un ragazzo diciamo pure maturo, è il risultato di tante componenti: dalla scuola, alle amicizie, agli interessi che è riuscito a maturare. E’ chiara la fondamentalità della famiglia nella quale si vive, ma la famiglia mette una freccia nell’arco di un ragazzo e le altre per cogliere l’obiettivo le deve trovare lui facendo la sua strada. Per mia esperienza posso dire che ho dei ragazzi commoventi per il modo in cui studiano, si dedicano all’idea stessa di inserirsi nella società e dietro di loro ci sono famiglie disastrate. Posso immaginare che chi ha una famiglia solida alle spalle, abbia più facilità nel relazionarsi, nel trovare la propria strada. Semplificare con l’equazione niente famiglia uguale disgraziato non è corretto e non è sempre vero. Può avere una marcia in meno ma ci sono altre complessità. Ci sono altre cose che fanno veramente male…».

Quali?

«Si parla tanto di democrazia, di legge elettorale… A me ha fatto veramente male vedere il Parlamento semivuoto quando il ministro degli Esteri ha dato la comunicazione della morte del giovane cooperante Lo Porto. Ma che esempio di responsabilità democratica hanno dato i parlamentari? Vorrei dire che quando arrivano quegli esempi lì, sarebbe bene che loro stessi facessero un minimo di valutazione sulle proprie responsabilità. L’educazione è un sistema; certamente la famiglia in questo sistema è un principio importante»

Se lei oggi dovesse incontrare Mattia per strada cosa gli direbbe?

«Gli offrirei un caffè, poi mi aspetterei da lui qualche richiesta. Io non sarei in grado di dargli nessun consiglio perché un ragazzo è un sistema molto complesso. Quindi, vorrei semmai io capire, anzitutto, qual è il suo mondo, i suoi desideri, i suoi sogni. Perché il dato che oggi torna in molti giovani è che sono poveri di sogni, di aspirazioni. Se i sogni sono quelli di distruggere una banca perché lì viene visto il capitalismo e non la vecchietta che ci mette i risparmi come pure il sottoscritto, significa avere un deficit della propria sfera desiderante; di come ci si immagina adulto. Allora, per mia conoscenza, mi piacerebbe capire quali sono le sue aspirazioni, e magari, il motivo per cui non ne ha»
autore / Lucia Bigozzi
Lucia Bigozzi
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